Il Notiziario n. 40

Scinauz una cima dimenticata

di Ezio Buna

Tanti anni fa, quando percorrevo in macchina la S.S. 13 Pontebbana in direzione Tarvisio, il mio sguardo veniva spesso “rapito” da una montagna che dominava imponente quel tratto della Val Canale. Curioso, domandavo a Ennio Duz, da vent’anni fedele e fidato compagno di tante salite, quale fosse il nome di quel monte, e lui mi diceva - “è lo Scinauz!”- sennonché le prime volte la mia risposta era sempre “Sci...ché? ” Ero attratto da quel massiccio oltre che per il suo roccioso versante meridionale che precipitava verso valle, anche dalle non meglio identificate “leggende” che creavano un alone di mistero alla sua cima, mistero forse collegato a quell’imponente funivia che si poteva facilmente scorgere dalla strada statale. Per molti anni ho covato il desiderio di poterlo salire, ma a seguito di approfondite ricerche, avevo purtroppo scoperto che non era possibile; il luogo era considerato zona militare essendovi sulla cima una postazione radar della NATO. Se da un lato avevo capito cosa ci fosse di tanto misterioso, dall’altro provavo una profonda delusione per non poter soddisfare il mio desiderio. Come sappiamo, nella vita tutto cambia. Il passare degli anni fa cambiare le persone, gli scenari politici, le nostre ambizioni e qualche volta anche le nostre convinzioni; ma certe volte, se la fortuna ci assiste, anche le cose che pensavamo di non poter fare più, o i sogni che avevamo ormai abbandonato in un cassetto, risultano, grazie ad un insperato cambiamento, tutto d’un tratto realizzabili. Cominciai così, in fretta e furia, a rispolverare quella particolare aspirazione e, sempre con l’inseparabile Ennio, cominciammo a cercare di mettere insieme tutte quelle informazioni che ci avrebbero consentito di organizzare la salita. Nel frattempo cos’era successo di tanto importante per permetterci di dar finalmente vita al nostro intento? Prima di addentrarmi nella risposta, ritengo opportuno dare al lettore alcune informazioni, sia sotto l’aspetto storico, che sulle caratteristiche dell’avamposto militare e della postazione radar che si trovava sulla cima dello Scinauz. La storia racconta che nel 1969 un Mig 17 ungherese avrebbe sorvolato a bassa quota una parte del territorio italiano e sarebbe poi atterrato, in modo fortunoso, all’aeroporto abbandonato di Osoppo (costruito dai soldati tedeschi durante la seconda guerra Mondiale); da qui la decisione della NATO d'installare un impianto in zona al fine di poter meglio controllare lo spazio aereo. Nei primi anni '70 sulla cima dello Scinauz venne realizzata tale struttura che poteva essere raggiunta dal fondovalle unicamente da un’ardita funivia militare con un balzo di 1.400 metri di dislivello. Per decenni tutta la montagna è stata dunque racchiusa in un misterioso isolamento, perché le rigide restrizioni militari volute della NATO imponevano la segretezza di quei luoghi per ragioni di difesa e di sicurezza nazionale; qualsiasi ascensione era dunque proibita! La postazione militare in vetta ai 1.999 metri dello Scinauz, era denominata 17° GRAM (Gruppo Radar Aeronautica Militare); aveva il nome in codice di “Radio Cedrone” e dipendeva dal 13° GRAM di Concordia Sagittaria dell’Aeronautica Militare. Si dice che durante la “guerra fredda”, il campo d’azione di questa potente postazione radar potesse spaziare fino alla catena degli Urali. Per difendersi dai rigidi e severi inverni, i militari costruirono un tunnel lungo 300 metri che collegava il locale d’arrivo della funivia agli alloggi degli avieri, al refettorio e alla struttura per gli apparati radar; l’alimentazione elettrica veniva garantita da generatori a gasolio nei diversi locali e da gruppi elettrogeni, sempre a gasolio, per il radar. È stato dunque questo il motivo che per decenni aveva tenuto lontani coloro che volevano salire quella montagna. Le presenze di persone non militari erano proibite e se qualche escursionista ci aveva provato, incurante del divieto, era stato immediatamente allontanato. Torniamo ora alla risposta che avevo lasciato in sospeso: cos’era successo per permetterci di poter programmare la scalata? Dopo la caduta della “cortina di ferro”, la postazione aveva perso drasticamente la sua importanza strategica; nel corso degli anni a seguire, i vertici militari l’avevano ritenuta superflua decidendone la chiusura; nel 2003 il radar fu rimosso e chiusa anche la base operativa. La funivia invece fu smantellata solamente alcuni anni più tardi. Questi avvenimenti posero fortunatamente fine all’isolamento dello Scinauz. Compiaciuto da queste buone notizie, con Ennio mi misi subito all’opera per organizzare subito una salita. Ad onor del vero, passò qualche anno perché in quel periodo ero molto occupato da altri impegni. Recuperato il tempo perduto, decidemmo di accedere per il versante più “facile” e cioè da nord. Finalmente, nell’ottobre del 2010, attesa una bella giornata e tempo sicuro, partimmo da Passo Pramollo per raggiungere la malga Biffil; aiutati dalle varie relazioni in nostro possesso, cercammo d'individuare la traccia giusta. Dopo alcune ricerche, trovammo degli ometti che per un’esile linea volgevano proprio in direzione della profonda gola che separa la cima principale dall’anticima a quota m 1.892. Dopo circa mezz’ora, purtroppo la traccia svanì nel nulla. Cominciammo allora a cercare di risalire nel bosco, puntando alla gola, ma il ripido pendio e la mancanza totale di traccia ci fece perdere molto tempo. Dopo quasi due ore individuammo la via giusta, confortati anche dal fatto che erano presenti alcuni sbiaditi bolli rossi. L’ora ormai era tarda e dato che, come si sa, a metà ottobre le ore di luce sono notevolmente ridotte, decidemmo di rinunciare per non rischiare di finire la salita nel buio più totale. Fissammo un altro tentativo a breve scadenza, ma pochi giorni prima della data prevista, la neve arrivò copiosa, e spazzò via le nostre speranze. Durante l’inverno cominciai a ripensarci, ero più risoluto che mai ed anche un po' arrabbiato per non esser riuscito a salire al primo colpo. Per prendermi un impegno con lo Scinauz, preparai allora il libro di vetta con il buon proposito di portarlo in cima appena fosse stato possibile. Parlai del progetto e del libro al mio carissimo amico Franco Protani, compagno di numerosissime gite sociali e non, nonché “collega” come Accompagnatore di Escursionismo. Condivise il mio stesso interesse. Nel nuovo programma, assieme ad Ennio e Franco, avevamo addirittura pensato ad una salita dal versante sud: 1.400 metri di dislivello, seguendo una vecchia traccia incerta (tutta da scoprire e trovare), su tratti molto ripidi ed esposti, in un ambiente devastato dall’alluvione del 2003, che da Bagni di Lusnizza porta in cima. Avevamo raccolto parecchie informazioni tra la gente di Santa Caterina e Bagni di Lusnizza in merito a questo percorso, l’idea però non ci attirava molto. Venne la primavera e appena la neve cominciò a sciogliersi dagli assolati versanti sud, la mia impazienza cominciò a crescere. Sentivo che dovevo salire sullo Scinauz il più presto possibile; dovevo portare in cima il libro di vetta che avevo preparato, cosicché tutti coloro che lo avessero raggiunto nel 2011, avrebbero potuto apporvi la loro firma. Non potevo aspettare che la neve se ne andasse del tutto dal versante nord, sarebbe passato troppo tempo; così, sentiti Ennio e Franco, decidemmo di salire da sud dove oramai di neve non v’era più traccia. Con i miei compagni finalmente il 7 maggio 2011, armati di tutto punto con corda, cordini, chiodi e martello, poiché ignari di quali difficoltà avremmo potuto trovare in alto, partimmo “all’attacco”. L'escursione iniziò nei pressi di Bagni di Lusnizza, vicino al vecchio ponte della ferrovia. Incontrammo una coppia che voleva tentare la salita del monte Ghisniz e decidemmo di cercare assieme la traccia nel bosco, poi più in alto ci saremmo divisi: noi avremmo proseguito per lo Scinauz e loro avrebbero tentato il Ghisniz. Dopo circa sei ore di salita e 1.400 metri di dislivello, raggiungemmo, non senza poche difficoltà, l’agognata cima. Ci demmo la mano come si fa di solito e reciprocamente una pacca sulle spalle, perché quella salita ce l’eravamo proprio guadagnata! Il panorama era mozzafiato. Una visione spettacolare a 360 gradi dei monti circostanti: Creta di Aip, Cavallo di Pontebba, Grossglockner, Grosswenediger, Mangart, Jalovec, Montasio, Gartnerkofel, ecc. Poi arrivò il mio momento; presi delicatamente dallo zaino il “prezioso” libro di vetta che con tanta cura avevo preparato, vi scrissi sopra poche righe, i nostri nomi e aggiunsi anche la richiesta per chi fosse salito in futuro, di averne cura e di non imbrattarlo. Dopo circa mezz’ora, iniziammo la discesa, ed in circa cinque ore, percorrendo a ritroso l’itinerario fatto all’andata, fummo nuovamente alla macchina. Rimaneva ancora aperto il mio conto con lo Scinauz per il versante nord. Non avevo fretta; potevo salirci anche nei prossimi anni. Franco però pensò bene di giocarmi un brutto scherzo ed un giorno sorridendo mi disse: - “tu hai fatto il libro di vetta per lo Scinauz, io ho fatto il timbro!” Rimasi sorpreso. Franco è un grande; aveva avuto davvero una bella idea. Gli risposi che non sapevo se saremmo ritornati entro breve tempo; anche lui era più o meno dello stesso parere. Evidentemente, anche all'amico era venuta la voglia di tener fede all’impegno preso con la montagna. Passò l’estate e, anche grazie al bellissimo e mite autunno, decidemmo (squadra che vince non si cambia) di risalire lo Scinauz questa volta da nord. Il 15 ottobre 2011, Franco, Ennio ed io eravamo ancora una volta pronti a “sacrificarci” per portare su quella cima il timbro. Raggiungemmo la malga Biffil e grazie all'esperienza fatta nel tentativo precedente, non perdemmo tempo a cercare la traccia che porta alla gola, superammo in divertente arrampicata numerose paretine ghiacciate per poi sbucare in mezzo ai mughi sulla cresta terminale, a meno di 100 metri dalla croce della cima che raggiungemmo in pochi minuti. Dopo le reciproche pacche sulle spalle, la classica stretta di mano e le foto di vetta, fu il turno di Franco di togliere dallo zaino il “prezioso” timbro, il tampone e l’inchiostro e riporlo, dopo aver timbrato tutte le cartine Tabacco che avevamo con noi, nell’apposita cassettina ermetica portata in cima nella prima nostra ascensione. Sono sicuro che anche lui, come me, sia rimasto molto soddisfatto di quel gesto significativo. Per la cronaca, la prima pagina del libro di vetta cita una famosa poesia di Battistino Bonali, Grazie Montagna, mentre nel timbro è rappresentato un radar, proprio per ricordare il recente passato a cui questa montagna era adibita, ed infine che, da inizio maggio a metà ottobre, la cima è stata raggiunta da meno di dieci persone (compresi noi tre). Volutamente in questo articolo non sono state descritte minuziosamente le nostre due distinte ascensioni, perché non si è voluto e non si vuole togliere la soddisfazione, a chi fosse interessato, di trovare la via da solo. La ricerca della traccia molte volte aumenta il tempo impiegato, ma una volta raggiunta la cima, prolunga anche il piacere, le emozioni e le sensazioni che una salita del genere può dare. Quindi fatevi sotto; il libro ed il timbro di vetta dello Scinauz vi aspettano!