Il Notiziario

Namaste Shisha Pangma

di Roberto Barato

“Fantas  iò no pos  essi a saludavi, si iodìn quant chi tornais, mandi Ruggero”.
Questo simpatico saluto di un amico, scritto su di un cartello appeso al cancello, ci accoglie il mattino del 13 aprile a casa di Eugenio, a Savorgnano. Il pulmino che ci porterà all’aeroporto della Malpensa è già arrivato. Buona parte del materiale alpinistico è già stato spedito con un cargo a parte. Vengono caricati i bagagli personali, con il resto del materiale. Baci e abbracci ai familiari, alcune battute spiritose, tanto per stemperare il clima e,... arrivederci a fine maggio. Lo Shisha Pangma, l’ 8.000 tibetano ci aspetta. Siamo in sei. Renzo Netto, 47 anni, capo spedizione, il più  esperto e preparato del gruppo, nel suo zaino ci sono anche due bandiere: quella di Pasiano, comune di residenza, consegnatagli dal sindaco e quella della provincia di Pordenone, consegnataci ufficialmente, in sala giunta, due giorni prima dal presidente De Anna. Eugenio Cappena, 53 anni, l’idea dell’ottomila è sua, bravo alpinista e fotografo, è il più determinato. Zefferino Doimo della sottosezione CAI di Aviano, 53 anni, robusto e forte escursionista, lo consideriamo il nostro secondo sherpa. Corrado Perissinotti, di Pramaggiore, socio della sezione CAI di Portogruaro, è il più giovane, ha 41 anni, era con noi in Bolivia e Perù, è appena ritornato dall’Aconcagua, per quest’anno ha deciso di fare alpinismo a tempo pieno. Roberto Zanette, di Sarmede, 42 anni, anche lui  in Perù nel 2005, bravo alpinista e istruttore di sci alpinismo del CAI di Vittorio Veneto, si rivelerà anche un perfetto show man in varie occasioni; abbiamo stabilito di chiamarlo Roby, per distinguerlo dall’altro Roberto, che sono io. Infine il sottoscritto, il più anziano, 69 anni, da sempre appassionato di montagna, il quale trova più difficile smettere che partecipare.

A Milano qualche problema per il peso  dei bagagli che superiore al consentito. Sosta di un paio d’ore nel nuovo e moderno aeroporto di Doha nel Qatar e il pomeriggio del giorno 14 siamo a Kathmandu in Nepal. Le solite lunghe formalità e, all’uscita dall’aeroporto, ci accoglie il nostro amico sherpa Tashi. Con lui raggiungiamo l’Hotel a Thamel, il quartiere più caotico, ma caratteristico della città. C’è più confusione del solito, si sta  festeggiando il nuovo anno, in Nepal inizia infatti a metà aprile. Alla sera, cena al Thamel House, seduti scomodamente per terra, con una lunga serie di piatti tipici nepalesi e grappa versata dall’alto, con una brocca, su una piccola ciotola di coccio. Ci viene presentato lo sherpa Nuru, ci accompagnerà nella spedizione, parla un po’ d’ italiano ed è già stato anni fa sullo Shisha. È pure presente Dill, il bravo e simpatico cuoco già con noi nella spedizione del 2.000 al Baruntse. Nei due giorni successivi, oltre alla visita a Durbar Square, la fantastica piazza nei pressi dell’antico palazzo reale, curiosiamo nelle decine di negozi di Thamel. Si possono acquistare, a prezzi molto convenienti, zaini e abbigliamento alpinistico delle migliori marche ma, senz’altro, rigorosamente imitate. Eugenio riesce pure a far fare, in giornata, una decina di  magliette con l’immagine dello Shisha Pangma copiata dalla cartolina della nostra spedizione. A proposito, abbiamo anche firmato e spedito le centinaia di cartoline acquistate dagli amici. Nel cortile dell’agenzia di Tashi ci vengono date le istruzioni per l’utilizzo della camera iperbarica; la porteremo con noi al Campo Base. Terminati gli acquisti, caricato il materiale su di un pullman,  finalmente si parte per il Tibet. Uscendo dalla città abbiamo la conferma di come la stessa sia cambiata, il traffico è aumentato a dismisura.

Non esistono regole, i pochi vigili non vengono presi sul serio. Ogni tanto, anzi  spesso, il traffico si blocca e nessuno si può più muovere poi, d’improvviso, tutto riparte. L’aria è pesante, c’è molto inquinamento. Auto e camion per lo più vecchi, tante motociclette, alcuni trattorini carichi di persone, biciclette, tanta polvere e un continuo suonar di clacson. Non mancano le vacche sacre e i cani randagi. Nessuno sa quanti siano ora gli abitanti della città, nel 2001 erano 850.000, molti sono arrivati dalle campagne, spinti dalla guerriglia maoista. A giugno, d’accordo con i maoisti, ci saranno le elezioni per un’assemblea costituente (al momento che scrivo le stesse risultano già rinviate a novembre). Si intravedono in periferia anche delle baraccopoli. La strada che percorriamo è parte della Friendship Highway di 860 km che collega Kathmandu con Lasa, la capitale tibetana; è considerata uno dei percorsi più spettacolari al mondo, l’ambiente è da cartolina. Dopo 120 km raggiungiamo il confine nepalese a Kodari (1.870 m). Si passa il “ponte dell’amicizia” e si percorre un territorio neutrale, di circa otto chilometri, fino al confine cinese a Zhangmu (2.300 m). Le solite lunghe formalità doganali, veniamo anche fotografati. Il carico viene trasbordato su di un camion che raggiungerà direttamente il campo base assieme a Dill, il cuoco; pernottiamo in un albergo labirinto, molto spartano e tipo caserma. Il giorno successivo, con due fuoristrada, proseguiamo per Nyalam, dista solo una trentina di chilometri, ma su una strada esposta e molto dissestata. Attraversiamo una spettacolare gola dove sono aperti molti cantieri, rimaniamo anche fermi  alcune ore per lo scoppio di  mine e relativo sgombero dei materiali. Dopo una tappa a Nyalam (3.750 m) raggiungiamo l’altopiano, un deserto ad alta quota; abbiamo, verso Sud Ovest, la prima lontana visione dello Shisha Pangma. Attraversato il passo di Ton-La (5.120 m), sormontato da un grande arco avvolto da bandierine tibetane, arriviamo dopo 150 km a Tingri (4.400 m) piccolo paese di case tibetane. E qui ci fermiamo. Nel nostro lodge, sempre molto spartano, ci sono altri alpinisti: una spedizione di Bergamo, con Nadia Tiraboschi e una di colombiani, hanno come meta l’Everest. Tingri, infatti, è la base di partenza per l‘Everest ed anche per il Cho-Oyu, da questa località, sono entrambi ben visibili. Dopo un paio di giorni, sempre con i fuoristrada, raggiungiamo il Campo Base Cinese dello Shisha Pangma a quota 5.000. Dill, il cuoco, è già lì con tutto il carico ed ha montato la tenda cucina. Verso Nord si vede un grande lago turchese il Peiku-tso, a fianco del campo, un piccolo torrente che di notte gela. Verso Sud, ancora lontano si vede lo Shisha.

Altre belle cime innevate, sullo  sfondo, verso il Nepal, a Sud Ovest. C’è già una spedizione tedesca, sono in 14, tra loro anche due altoatesini, uno si chiama Hans, è una guida di Lana, paese vicino a Merano. Al nostro gruppo si è aggiunto un giovane tibetano di nome Tashi, farà l’aiuto cuoco. Proviamo le nostre condizioni fisiche con alcune piccole salite su di un colle vicino, il risultato è abbastanza soddisfacente. Il giorno dopo  arriva una spedizione di Cortina, è composta da quattro alpinisti: Marco Sala, Renato Sottsass, Antonio De Riva e Vittorio Alverà; diventeranno nostri amici. Il 23, caricato il materiale sugli yak, con un lungo percorso a saliscendi (18-20 km) in otto ore raggiungiamo il campo base avanzato a quota 5.600; è già sera, montiamo le tende nella zona più a Sud, verso la montagna. Siamo disturbati da un forte vento e fa molto freddo, lo Shisha Pangma è davanti a noi imponente. C’è una spedizione svizzera, sono ben attrezzati ed organizzati, la loro guida si chiama Reinhold, hanno con loro un medico e due sherpa, uno è amico del nostro. L’immancabile cerimonia delle preghiere viene fatta il mattino del 26 aprile, assieme agli alpinisti svizzeri: data la lunghezza ed il numero della bandierine di preghiera stese in molte direzioni, dovrebbe essere assicurato il buon esito della salita. Dopo la cerimonia, inizia il trasporto del materiale al Campo Deposito, in particolare: tende, sacchi a pelo, ramponi, corde, chiodi da ghiaccio e viveri per i campi alti. È a quota 5.800, dista circa sei chilometri e per raggiungerlo servono almeno tre ore; il percorso è un saliscendi molto accidentato che, ogni volta, può cambiare. Si costeggiano le vele, eleganti pinnacoli di ghiaccio, simili ai penitentes, ma molto più alti, raggiungono anche i venti, trenta metri. Dopo alcuni giorni, bloccati da continue nevicate e dal forte vento, vengono attrezzati anche il Campo 1 a quota 6.300 e il Campo 2 a quota 6.800.

Le altre spedizioni hanno con loro anche gli sci e sulla neve fresca faticano meno di quelli, come noi, che ne sono sprovvisti. I più in forma e attivi sono Renzo, Roby e Corrado, Eugenio accusa un’insolita aritmia, Zefferino fatica ad alimentarsi e a riposare ed il medico della spedizione svizzera li consiglia di non salire. Il sottoscritto rallenterebbe l’andatura e salire da solo non è consigliabile. Finalmente arriva al campo la notizia che ci sarà qualche giorno di bel tempo e tutte le spedizioni decidono che è il momento di partire per la cima. Il 12 maggio, anche se durante la notte aveva nevicato, Renzo, Roby e Corrado (Nuru era salito il giorno prima), raggiunto il Campo Deposito, salgono al Campo 1 a quota 6.300. A metà percorso il tempo peggiora, nevica e non si vedono neppure tra di loro, le tracce vengono subito coperte; nella parte alta vengono raggiunti dagli svizzeri che, anche se partiti dopo, con gli sci salgono più velocemente. Il giorno dopo Corrado, troppo affaticato e con un ginocchio dolorante rinuncia e scende al Campo Base, con Eugenio gli andiamo incontro fino al Campo Deposito. Lo stesso giorno Renzo e Roby partono un po’ tardi per il brutto tempo, sono assieme agli svizzeri, ai tedeschi ed ai cortinesi. Raggiungono verso sera il Campo 2 su di un plateau a 6.800 metri. Gli altri però, con gli sci, sulla neve fresca, hanno impiegano metà tempo e fanno metà fatica. Il giorno dopo il percorso è lunghissimo e per raggiungere la tenda al Campo 3 a 7.300 metri impiegano ben 11 ore: dalle 9 del mattino alle 8 di sera. Gli  altri lasciano gli sci a 7.100 metri sotto un ripidissimo pendio e proseguono a piedi. Al campo ci sono una decina di tende, oltre alla nostra, portata da Nuru il giorno prima, quelle degli svizzeri e dei tedeschi; i cortinesi hanno la tenda più in basso, sotto il pendio.

Il giorno 15 è la giornata destinata alla cima. Renzo e Roby si svegliano alle 3 e mezza, fa molto freddo, almeno 30 gradi sottozero. L’accordo con gli altri è di partire verso le 4 e mezza; i preparativi sono molto lunghi, c’è anche un problema con il fornello a gas: non si accende. Un rampone di Renzo non si blocca sullo scarpone, per sistemarlo toglie un guanto e rischia di congelarsi la mano. Partenza verso le cinque; davanti la guida altoatesina Hans e quella svizzera Reinhold, il gruppo è numeroso, circa 17 persone. E mancano i tre cortinesi che sono dietro. Il tempo è buono, in cielo un’incredibile stellata, ma il freddo si fa sempre più sentire, le luci delle pile frontali creano un serpente luminoso. Si sale sulla sinistra, si aggira una costola, si affronta un pendio di 50°, poi un traverso a sinistra e lì Renzo si ferma, non ha più energie. Roby è un po’ dietro, anche lui è completamente sfinito. Sono a quota 7.600 circa. Nuru è già sceso, poco prima, per problemi di freddo ai piedi. Noi siamo al Campo Base, la cima questa mattina è un po’ coperta e siamo in attesa di buone notizie in tenda soggiorno, con la radio sempre accesa. Verso le nove, purtroppo, Roby ci comunica che hanno rinunciato e che stanno scendendo definitivamente. Rimaniamo in silenzio, amareggiati. Eravamo ormai convinti che, almeno loro due, in cima  sarebbero arrivati. Comunque, conoscendo la loro forza e determinazione, sappiamo che hanno dato sicuramente  il massimo. Se non hanno potuto proseguire, è dovuto all’enorme dispendio di energie dei giorni precedenti: senza sci, su neve fresca, per più giorni, a quelle quote, sono stati egualmente eccezionali. Scendono al Campo 3 e assieme a Nuru smontano la tenda; proseguono a fatica fino al Campo 2 ed hanno anche difficoltà, per la nebbia, a trovare le tende. Vi passano la notte ed il mattino successivo smontano la tenda e scendono al Campo 1; smontano le due tende e giù al Campo Deposito dove siamo ad aspettarli.

Emozione ed un grande abbraccio. Non ci scambiamo tante parole, l’aspetto e gli sguardi sono  eloquenti. E poi giù fino al Campo Base. Anticipato di qualche giorno il rientro, caricati gli yak, affrontiamo l’interminabile discesa fino al Campo Base Cinese. Poi un viaggio avventuroso con fuoristrada fino a Zhangmu, pernottiamo nell’assurdo JJ Hotel, il solito complesso passaggio del confine e infine, con il pullman fino a Kathmandu, dove arriviamo il 20 maggio. Per una settimana faremo i turisti, l’Hotel Thamel ci sembra ora una reggia. Scopriamo un paio di buoni locali gestiti da italiani dove si mangia italiano: alterniamo la pizzeria Fire and ice con la trattoria Nuovo Marco Polo. Incontriamo e ci complimentiamo con la coppia Nives Meroi e Romano Benet per la salita all’Everest; passiamo una bella serata al ristorante Everest Steakhouse con i componenti la spedizione svizzera, nostri vicini al Campo Base. La sera, dopo cena, delle puntate ai locali con terrazza e musica dal vivo, assieme agli amici di Cortina. Nel nostro hotel arrivano e salutiamo Karl Unterkircher e Hans Kammerlander, reduci dalla difficile salita dello Jasemba (7.350 m). Vi alloggia pure Iñaki Ochoa, fortissimo e simpatico alpinista spagnolo, con all’ attivo 12 ottomila e una trentina di volte sopra quota 8.000; è appena ritornato da un tentativo, bloccato dal maltempo, di salita “express” all’Annapurna, lui chiama così le salite senza interruzione.
Lo avremo come ospite a Pordenone alla serata CAI del prossimo 22  novembre.

Non mancano logicamente le visite ai maggiori e più significativi monumenti e templi della valle. Prima di partire per l’Italia, Eugenio fa fare una modifica alla sua maglietta della spedizione. Sopra l’immagine dello Shisha Pangma fa scrivere Namaste. È il tipico saluto nepalese che, tra l’altro, vuol dire arrivederci.