Il Notiziario

Il Diritto dei Giovani allo Sport
L'alpinismo come "mezzo" per praticare, vivere e conoscere la storia "in Montagna".

di Antonella Fornari
 

La Montagna come scuola di vita e “fucina” di attività sportive: questo è ciò che mi appare dopo molti anni di frequentazione, quando l’età matura prende il posto degli entusiasmi per i semplici exploit e della frenesia per le ascensioni al limite delle proprie capacità.
É stato il vivere quotidianamente questo straordinario ambiente che mi ha fatto capire che “…non importa quali vie battiamo, se i sesti gradi o i sentieri, purché miriamo sempre alle mete più alte…” (Jancovics).
Fra queste mete ci sono sicuramente la conoscenza, la scoperta, la storia di ciò che ci circonda. A loro volta, in un ambiente come può essere quello della Montagna, conoscenza, scoperta e storia dovranno legarsi alle capacità di frequentazione dell’ambiente stesso, capacità che trovano la loro migliore espressione nel diritto alla pratica di tutti gli sport legati all’alpinismo.

La storia dell’alpinismo riveste indubbiamente nel mondo occidentale un peso del tutto particolare. Anche se a tutti non sono chiare le interpretazioni che da tanti e diversi “arrampicatori” vengono date alla Montagna, chiunque ha una sua idea sull’importanza che può avere per l’uomo salire una vetta e soprattutto del suo diritto a conquistarla. Sicuramente le persone traggono la loro personale opinione sul mondo alpinistico dagli occasionali contatti con la storia, i mezzi di comunicazione, i sentimenti umani che filtrano in ognuno attraverso le sensazioni che la vetta di una Montagna può evocare.

Mezzi tecnici, etica alpinistica, valore sportivo vengono facilmente confusi dando luogo a suggestive interpretazioni. Eppure, molti di questi fraintendimenti sono sicuramente dovuti a tanti diversi modi di salire in Montagna nati dalla grande varietà geologica, geografica e storica dei rilievi, nonché dalle molteplici interpretazioni che nella lunga e complessa storia dell’alpinismo trovano posto. E la storia dell’alpinismo è a sua volta storia di scienza, di gioco, di sport e di ardimento. È gioia, libertà, avventura, scuola di vita e di carattere. È amore per la natura. È vivere esperienze indimenticabili nella grandiosa cornice della Montagna. È l’emozione di essere affidati solo a sé stessi, alle proprie forze, al proprio coraggio, alla capacità di prendere ogni volta le decisioni giuste. La storia è sicuramente, almeno all’apparenza, qualcosa di meno entusiastico e poetico, è la narrazione sistematica e l’interpretazione critica delle vicende degne di memoria della società umana nelle loro reciproche connessioni. Ma, come dice Schopenhauer, filosofo tedesco di fine Settecento, nulla può sfuggire alla Storia: tutto deve fare i conti con questa, con essa deve frequentarsi, con essa deve mediarsi. Questo anche se alla Storia manca il carattere fondamentale della Scienza e la subordinazione di ciò che è conosciuto. La Storia ne mostra solo la semplice coordinazione. Essa è un sapere, non una scienza. Le Scienze parlano di ciò che sempre è; la Storia di ciò che è solo una volta e poi non c’è più. Mi chiedo allora: attraverso il diritto dello “sport in Montagna”, la possiamo far rivivere?

La Montagna è in grado di fornire il trait-d’union fra questi due aspetti così diversi del nostro modo di vivere? Uno così fantasioso, divertente e creativo e l’altro all’apparenza così statico e cattedratico? Io credo di sì soprattutto considerando la Montagna come una scuola in cui ognuno può apprendere in maniera diversa. I canali di insegnamento sono molteplici e ciascuno potrà seguire quello più consono alle proprie capacità e ai propri interessi. Uno di questi è senza dubbio la Storia, una storia sopita fra rocce, pareti e fra i passi dei sentieri, una storia vera, fatta di uomini, di avventure, di imprese e anche di sacrifici e sofferenze.

Una storia ormai appartenente non solo al secolo scorso, ma addirittura al millennio appena concluso e che pure è ancora lì, ancorata ai fianchi dei Monti, pronta per essere scoperta e rivissuta con un approccio quanto mai attuale di esercizio di diritto allo sport e all’apprendimento. È la storia legata alle vicende del Primo Conflitto Mondiale che videro il fronte dolomitico popolarsi di imprese che – a volte – poco avevano a che fare con la guerra e molto con l’alpinismo. Molti dei sentieri tutt’ora percorsi – almeno per quanto riguarda le “mie Montagne”, le Dolomiti Orientali – e molte “vie in roccia” vennero tracciati e aperti per necessità di guerra anche sotto il fuoco nemico. Tutto ciò ha fatto sì che ogni Monte fosse legato ad un uomo che lo salì e lo conquistò. Ripercorrere questi itinerari fuori dal tempo porta – a mio avviso – a ridosso sia della Storia che dell’Alpinismo e porta a crearsi la coscienza di quanto le nostre Montagne facciano parte sì, della nostra storia, ma soprattutto del nostro essere uomini. Emerge così un quadro complesso e di grande interesse che spazia dalla ricerca su vecchie carte militari (affiancabile ad un attuale “orienteering”) di tracciati escursionistici od alpinistici legati all’evento, alla rivisitazione e alla ricerca sul campo (escursionismo, roccia), alla conoscenza degli uomini che furono i protagonisti, al loro ricollocamento in una vita reale, legata a tradizioni e costumi e – di conseguenza – ad una conoscenza delle proprie radici e della propria terra.

Ho pensato allora che il binomio “storia/montagna” fosse un buon pretesto per proporsi e potesse servire come stimolo per riaccendere un interesse verso la Montagna che sembra essere un po’ spento o – per lo meno – sembra avere perso motivi trainanti e spinte conoscitive. I “media” propongono sempre più sfide all’impossibile come sublimazione del gesto sportivo o atletico, sfide – fra l’altro – apparentemente vinte con facilità. La stampa e la pubblicità presentano materiali ed attrezzature formidabili che – sia pure apparentemente - sembrano risolvere la maggior parte dei problemi tecnici portando ad essere quasi certi di un garantito successo. Ma pochi si pongono il problema di collocare i nostri giovani di fronte ad una Montagna che – come tale – si conquista “dal basso”, un passo al giorno, conoscendola, amandola, affrontandola con serenità e con solide motivazioni che diventeranno il decalogo di un diritto e, allo stesso tempo, di un dovere nei suoi confronti. Pare strano, ma credo fermamente che sia necessario fare un piccolo passo indietro rispetto all’alpinismo di punta (non da tutti praticabile e che quindi viene meno ad un sano diritto di frequentazione dell’ambiente montano), un passo – a mio avviso – necessario per fare capire a tutti che la Montagna non è solo roccia o forma estetica che stuzzica la fantasia, ma è molto di più: è qualcosa di vivo, di molto vicino a tutti noi, molto simile alla nostra vita e al nostro animo.

Storia e Montagna diventano dunque un ulteriore pretesto per “insegnare alpinismo” garantendone un accesso facile ad ognuno. Osservare sentieri e pareti; riconoscere se esse siano state modificate dalla mano dell’uomo; acuire la vista su resti di costruzioni, sulle vecchie strade. Imparare a conoscere la vegetazione tipica dei luoghi di battaglia per verificarli e conoscerli. Spingersi in luoghi non identificati da segnaletica, luoghi che a volte richiedono destrezza e attitudine all’arrampicata oltre la capacità di muoversi su terreni infidi, spesso resi tali dagli sconvolgimenti bellici. Visita a resti di baraccamenti con ulteriore sviluppo delle capacità intuitive, sviluppo che si realizza nel riconoscimento di piccoli oggetti e nel loro collocamento in una ipotetica vita al fronte. Ricostruzione dei sentimenti umani di difficoltà, stenti, sofferenza, ma anche di rispetto per le piccole cose di tutti i giorni che fece di giovani montanari soldati ligi agli ordini, dediti all’obbedienza, pronti ad uccidere – se necessario – ma altrettanto pronti a ritornare ad amare, senza barriere, senza confini, senza divise, le proprie Montagne. E qui l’amore per i Monti prevale, avvolgendo con il suo fascino tutto ciò che giunge a portata. Il quadro sarà completo: esplorazione, scoperta, avventura, conoscenza, passione che arricchiranno lo spirito mentre il corpo avrà acquisito strumenti eccezionali: camminare, salire, arrampicare, destreggiarsi in qualsiasi ambiente la Montagna presenti, nell’esercizio di un diritto che è la pratica degli sport annessi.

É questo, penso, l’obiettivo principale che le associazioni preposte alla divulgazione della cultura della Montagna (UIAA, CAI, etc…) si prefiggono: unificare gli intenti e sfruttare al massimo le potenzialità dell’ambiente alpino per ottenere alpinisti validi, motivati, informati, dotati degli strumenti necessari per amare i Monti e trasmettere agli altri la propria passione.