Il Notiziario

L'Ultima Cima - Monte Randelino

di Giorgio Madinelli

Gnomi dispettosi, creature dell’acqua, streghe: nei boschi che abbracciano le piccole, bellissime borgate in pietra della val Colvera continuano a vivere leggende e tradizioni vecchie di secoli. Quando poi le creature del fantastico entrano nelle case della gente, ne succedono delle belle…Complice l’isolamento dalla pianura (la strada che collega a Maniago venne inaugurata solo nel 1888) le leggende locali si sono mantenute vive nella tradizione orale e sono giunte fino ai nostri giorni attraverso i più anziani che ancora le narrano.


I boschi di Frisanco, secondo il mito, sono popolati da esseri straordinari come le “anguani o linguani”: mitiche creature d’acqua, per tre giorni belle donne e per tre giorni serpi o salamandre, secondo la versione tradizionale, o donne dalle zampe di capra secondo quella meno conosciuta. Le anguani si narra uscissero da una grotta ancora ben visibile sull’antica strada che portava in Val Colvera da Maniago, ora affiancata dalla moderna e comoda galleria, per lavare i loro panni bianchi rossi e turchini, che stendevano poi ad asciugare. Una donna di passaggio attratta dalla bellezza dei colori della stoffa si impadronì incautamente del bucato fatato, nascondendolo nella sua gerla: per avere poi la brutta sorpresa al ritorno a casa, di veder tramutato il suo bottino in un ammasso di pietre oppure, sempre a seconda della versione, in dozzine di rospi.

Ma nei boschi vivono anche enormi orchi e soprattutto folletti che hanno la proprietà di trasformarsi in gomitoli di lana, per poter essere poi raccolti dagli ingenui popolani e riuscire così ad entrare nelle case per commettere ogni sorta di dispetto alle massaie.
Nulla a che vedere con le ben più atroci malefatte delle streghe, la cui presenza si colloca a Frisanco tra storia e leggenda: esistono infatti le deposizioni verbalizzate niente meno che dal cancelliere dell’inquisitore generale delle diocesi di Aquileia e Concordia che riportano con estrema perizia le descrizioni dei sabba che si tenevano ogni giovedì, nel Plan di Malgustà sul monte Raut.
Qui le streghe rendevano conto al demonio delle loro malefatte: dopo aver ballato calpestando una croce, esibivano anche i corpi dei neonati che esse stesse dicevano di aver fatto morire per consunzione, (la mortalità infantile era molto elevata per malnutrizione all’epoca) e dopo aver tolto loro le costole per sostituirle con rametti di sambuco, ci giocavano addirittura a palla, per concludere il tutto con un rito cannibalesco. Il testimone dell’evento è il piccolo inorridito Mattia di Bernardone, trasportato nottetempo su un caprone volante al luogo deputato con la nonna: verrà perciò sottoposto a un lungo processo dal tribunale della Santa Inquisizione (dal 1648 al 1650), che si concluderà con la sua piena riabilitazione nella società civile. Si narra che durante gli anni del processo l’inquisitore avesse mandato alcuni esploratori, per riportare le descrizioni dei luoghi dove si erano svolti i fatti, e tre di questi si erano fracassati nei precipizi, un paio furono divorati dalle fiere, di altri non si seppe più nulla. Infine l’incarico fu affidato all’avianese Gervasio Sartori, egli considerava i suoi predecessori dilettanti, incapaci, e solo lui era in grado di svolgere un compito così importante e delicato. Era fiero dell’incarico  avuto dall’Inquisitore.

Da anni ormai si trascinava il processo tanto che l’Inquisitore se lo sognava anche di notte. Appunto per tentare di dar forma ai suoi incubi, egli aveva bisogno di sapere come fossero fatti quei luoghi, per averne un’idea della grandezza e confrontare le dichiarazioni di imputati e testimoni.
Così, dopo aver assunto tutte le informazioni necessarie, Gervasio Sartori si accinse a salire il versante Nord del monte Raut. Un villico di Valina gli indicò la strada e poi volle dargli un consiglio:
“Quando sarà giunto al prato con le pietre disposte a formare un grande cerchio, per carità o mio signore, non vi entrate, nel cerchio intendo, passateci a lato.”
“Sciocchezze!”. Aveva borbottato Gervasio. Anche le streghe e i demoni erano per lui solo fantasie nate dalla mente di poveri valligiani che con queste tentavano di dimenticare la fame. E compativa pure quel gonzo dell’Inquisitore, con rispetto però, perché gli aveva promesso un generoso compenso. Ma poi, in fondo, pensava Gervasio, ognuno a questo mondo ha il suo compito: c’è chi nasce disgraziato, chi signore e chi, come lui, si fa da sé, tenendo i piedi per terra e la testa sulle spalle. Il villico gli aveva descritto il sentiero così bene che gli pareva quasi esserci già stato colà.
Ecco il bivio per la malga Cavallotto sotto una fascia rocciosa che disgregandosi aveva creato un piccolo ghiaione. Poi il lungo e ripido bosco di faggi traforato da raggi di luce che proiettavano ombre tremolanti di foglie. Ecco il pascolo del Basson: lassù, sul dosso a destra, la capanna, ricovero di pastori, misero tugurio che non mosse la curiosità di Gervasio. Attraversò invece il pascolo verso occidente portandosi sotto un costone roccioso al cui piede lungamente il sentiero saliva.

Il villico era stato preciso: appena, sulla destra, vi era la possibilità di salire, bisognava inerpicarsi lungo un breve valloncello chiuso in alto da una ripida soglia a foggia di sella di cavallo. Sopra questa vi era il grande prato con le pietre disposte a formare un cerchio. Il sole di mezzodì picchiava implacabile sulle rocce nude cavandone soffi di calore  tremolante. Un’incantevole lenzuolo rosato di rododendri ricopriva un dosso oltre il cerchio di pietre alla cui sommità cresceva solitario un ginepro. Tutto era immoto e silente. Gervasio Sartori entrò tranquillamente nel cerchio, lo attraversò tutto, scavalcò le pietre dall’altra parte e raggiunse il ginepro. Si voltò con un sorriso di sufficienza ad osservare il cerchio di pietre.
In quel mentre una nuvolaglia oscura discese improvvisa dalla china sovrastante mutando in un attimo la luce del giorno in fioco lume serotino. Dal basso fluivano veloci lembi sfrangiati di nebbia grigia che sfumava i contorni delle cose rendendole incerte e fugaci. Con un poca di apprensione e incredulità l’esploratore realizzò che la notte stava per sopraggiungere. Lo avevano avvertito giù in paese che il buio sui monti scende veloce e lui non desiderava certo rimanere intrappolato lassù, facile preda di orsi e lupi. Presa la strada del ritorno ripassò nel cerchio di pietre e quando fu nel centro di esso nuvole e nebbia si dissolsero d’incanto restituendo il caldo riverbero del pomeriggio. Si girò, Gervasio Sartori, a guardare il ginepro sul dosso di rododendri come a chiedere una spiegazione. Là aveva visto la notte incipiente. Qualcosa sfuggiva alla sua comprensione. Ma si tenne calmo.

Si costrinse a ragionare. Non dette sfogo al turbine di pensieri che gli giravano in testa come mosche impazzite sui vetri di una finestra. Uomo abituato a ragionare cercò con calma una spiegazione soffocando in sé quel sentimento di paura che detestava. Ristette Gervasio Sartori a lungo, immobile. Ascoltava i rumori della selva e ne spiava gli anditi ombrosi sotto gli alberi affidando ai suoi sensi la soluzione di quello strano fenomeno capitatogli. Emersero lentamente dalla sua memoria le parole del villico circa il cerchio di pietre: lentamente perché dapprima aveva tentato in tutti i modi di ricacciarle, ma col passare del tempo e non sapendo più cosa pensare dovette cedere e rifletterci. Era però dirompente il contrasto dentro di sé. Come poteva soltanto dar retta a quelle storie ridicole, proprio lui scettico più di San Tommaso. Eppure qualche cosa era accaduto e lui ne era testimone!Una battaglia lunga, dolorosa combatté l’esploratore dentro il suo animo, stando dentro il cerchio di pietre. Voleva provare a risalire fino al ginepro per verificare se il fenomeno si ripeteva. Forse la soluzione migliore però era quella di dimenticare tutto e tornare a valle. L’indecisione lo costrinse ancora a lungo in quel luogo tanto che quando decise a muoversi aveva le gambe indolenzite. Aveva deciso di scendere e di scrollarsi di dosso quella storia. Come fu fuori dal cerchio la notte lo sorprese. Oltre gli oscuri costoni già le stelle baluginavano nel drappo nero del cielo, tremule come il sommesso strusciare dei grilli.
Con grande sorpresa Gervasio si voltò a guardare il cerchio di pietre del quale ormai, causa il buio, distingueva soltanto la parte più prossima, un semicerchio di bianche rocce, quasi l’arco dentario, svelato da un sorriso maligno.