Il Notiziario

Creta d'Aip Parete Nord

di Enrico Furlanetto
 
Nel panorama delle Carniche la Creta d’Aip costituisce sicuramente una particolarità sia per quel suo calcare bianco-rosato che per la forma tronco-piramidale; ricorda più le Dolomiti, montagne “simpatiche”, che le severe e pelose Carniche. Il miglior colpo d’occhio dalla Rattendorfer Alm sul grande e bellissimo versante Nord, con in mano un buon boccale di Puntigamer, ci si rende subito conto che anche qui ci deve essere qualcosa di alpinisticamente robusto e desiderabile. Oltre alla solare via normale da Sud, vi sono ben tre percorsi poco più che turistici ed attrezzati: la piacevole cresta ovest e le incatenate “Crete Rosse” a Sud e “Uiberlacher” sul pilastro N-E. Arrampicate su roccia da tutte le parti: a Sud si trova una serie di brevi vie da palestra; ad Est, dove la parete si alza man mano che si scende dalla Sella di Aip, vi sono varie vie di cui almeno due interessanti (quella segnata e chiodata sul pilastro S-E ha un solo passaggio problematico su un breve muretto fessurato). Il Nord fa capire subito che richiederà più cura; a dir la verità all’estremità E c’è la via “della bicicletta” che si può fare quasi con la carriola: roccia buona e poco grado, un solo tiro richiede vera arrampicata ma non verso il quarto come indicato nella guida. Proprio sullo zoccolo basale, sopra il Grosser Sattel, molti anni fa andai fuori a sinistra per evitare l’affollamento del corso roccia e mi ritrovai di fronte, su una cengia, la carcassa contorta ed arrugginita della mitica bicicletta. Bello scherzo, portare quella di un amico in parete e lasciargliela a metà, legata ai chiodi. Proporrei di farlo a qualcuno di quei puzzolenti motociclisti a due tempi che ogni tanto ti arrivano dietro sulle stradine vietate.

La vera parete Nord è in realtà piuttosto stretta, perchè la fascia piega presto, con una sola via definita “classica”, aperta da Raditschnig e compagni, segnalata e chiodata. Viene accreditata di 400 metri ma in realtà il dislivello è di poco superiore ai 350 metri, un valore giusto per non dire “massa curta” o “ma che longa!”. Avevo bucato due possibili precedenti salite e non avrei certo pensato di riuscire a farla quest’anno, dato che anche 500 metri di dislivello mi sono diventati già abbastanza per una gita. Con Franca e Federico ci siamo allenati in famiglia su a Misurina, così ho verificato che fino al terzo vado io ed oltre, più o meno, ci pensano gli altri. Siamo tornati a casa per l’inizio di Agosto, giusto per evitare il caldo quaggiù ed il brutto tempo lassù. Abbiamo provato il Canin: respinti dalle cataratte celesti. Fabio, amico di mio figlio, iniziato da poco alla nobile quanto sconsiderata forma di sfida al pericolo, era d’accordo per un’uscita sabato 5. Previsioni incerte, che fare? La via della bicicletta, naturalmente: se vuol mettersi a piovere c’è tutto il tempo durante il viaggio d’avvicinamento, se succede dopo l’attacco si può troncare a metà e la discesa non ha pericoli. Tutti d’accordo, partenza in quattro da casa alle sei. Defezione di Franca con scuse inesistenti alla sera tardi: rimaniamo in tre, ne sono molto contrariato ma mi convincono a non mandare tutto all’aria.

Viaggio senza alcun intoppo, fermata a Tröpolach per i rifornimenti più tre belle e grosse lattine di Radler; la strada sterrata che sale alla Rudnig Alm è in ottime condizioni. Nuvole bonarie vegliano su di noi. Sullo slargo di partenza, poco prima della malga, già due auto con targa locale e ne arriva una terza con il rimorchio carico di tavole, scopriremo poco dopo che stanno ricostruendo la casetta di cui parla la guida. Mentre mi metto gli scarponi, Federico mi fa notare che abbiamo già fatto due volte la via insieme, sinceramente non le ricordo per niente, è confermata l’arteriosclerosi. Tanto per parlare ho la rischiosa idea di dirgli che accanto parte la via Nord, “ma è meglio lasciar stare perchè mi hanno detto che non è semplice”. Si fa passare la guida, studia e decide che si può fare, tanto è ancora presto. Protesto, non la conosco e siamo in tre, alla fine concordiamo che quando saremo là valuteremo l’evoluzione meteorologica e delle mie forze residue ( i 400 metri per il passo mi lasciano poca autonomia ). Alla casetta ci fermiamo un momento a conversare perchè la moglie parla discretamente l’italiano e ci chiede dove stiamo andando; commenta le due alternative con “una facile e l’altra molto difficile”. Faccio chiedere al marito, uomo di poche parole che l’ha salita, se la via è ben chiodata: ci traduce un chiaro assenso pieno.

Al Grosser Sattel arrivo sfiancato o quasi, devo cambiarmi al 60% per allagamento da sudore. Le nuvole corrono, qualche pecorone è nero ma sembra poter passare oltre, la temperatura è buona. I due giovani, durante la lunga attesa, hanno già concordato, arrischio solo un “be’ andiamo a vedere l’attacco, tanto si sta poco a tornare su in forcella”. In realtà la voglia c’è e le mie recriminazioni sono poco convinte, ho già pensato che se non la faccio oggi il prossimo anno sarà ancora più difficile: ormai la regressione sta diventando sempre più evidente e non ho più la voglia di fermarla, se mai l’ho avuta. Ci vestiamo, gli zaini restano pesantini e pieni, per chiudere l’imbragatura mi mancano molti centimetri. Scendiamo velocemente all’attacco seguendo una netta traccia nelle ghiaie che ci porta fin troppo in basso, per fortuna l’errore è di qualche decina di metri. Un bastone colorato è nel canale che incide il pulpito franoso più alto, conviene salire le facili rocce scalinate a sinistra; raggiunta la cengia la seguiamo fin sopra lo spiacevole ma elementare canale a scaglie che permette di scendere centrando i due chiodi cementati di partenza. Disfiamo le corde e parto... pardon, tento di partire. Mi blocco immediatamente perchè non mi va di attaccarmi ad un masso per superare il primo passaggio (secondo grado!). Mi sposto a destra, solo mettendo il piede faccio staccare un pietrone che cade sulle corde. Per fortuna non bestemmio, ho già deciso di tornare sulla solita bicicletta e scendo, passiamo le corde, i segni non sembrano aumentati. Senza commenti Federico va su e passa come se camminasse in Corso Vittorio Emanuele. Vergognarsi? non vale la pena, però almeno sul secondo grado....

Chiedo la lunghezza successiva, facile, e gli unici problemi sono di tirare il fiato ed il sudore che mi cade copiosamente sugli occhi. Metto un fazzoletto sotto il casco per risolvere il problema: sembro un beduino, speriamo che non mi veda un satellite con i tempi che corrono. Le soste, anche se quasi tutte costringono a tirare i 50 metri, sono ottime e le direzioni da prendere sono indicate con vernice. Da una specie di forcellina mi appare il primo camino poco più in alto ma l’acqua che mi bagna non è più solo sudore, inizia a piovigginare, alzo gli occhi: accidenti s’è fatto nero e qui scendere mica è piacevole! Rapido consulto, vediamo di trovare dove ripararsi. Individuo subito un pietrone a ponte su un canale parallelo, butto le corde sotto, ci sta anche Fabio, fuori le mantelline. Lavoro inutile, l’acqua è talmente sottile che neanche riesce ad inumidire la roccia. Così decidiamo di proseguire al più preso per evitare che si bagni il camino, nella guida sta scritto di infilarsi in uno strettissimo foro, sicuramente sarà una zona delicata. Arrivo alla base e mi preoccupo alquanto: in cima è bloccato da un masso enorme che forma due fori in posizioni chiaramente strapiombanti. Sul momento non faccio il conto che lassù sono molto più dei dieci metri previsti dalla relazione e non può essere quindi quella l’uscita. Mi alzo facilmente fino ad un terrazzino poi il camino è bloccato (evidentemente sotto questo masso doveva trovarsi in passato lo stretto pertugio), sullo spigolo sinistro un chiodo cementato. Provo a raggiungerlo ma nemmeno lo avvicino: tutte le varie e artistiche posizioni assunte non danno esito verso l’alto!

Mi secca, lo ammetto, ma chiedo nuovamente a Federico “va avanti ti che a mi me vien da rider”. Nuovamente la corda si sfila, scompare, ci grida che c’è un bel diedro e subito dopo che c’è un tratto pericolosamente friabile. Con la corda dall’alto il passaggio mi diventa meno ostico, ma è un bel quarto. Riprendo la testa e risalgo un gran canale che porta verso una fascia di strapiombi, non condivido la posizione dei chiodi di sosta, scomoda e sospesa, quando pochi metri sotto c’era un terrazzino. Proseguendo, mandiamo avanti anche Fabio, che si comporta da alpinista serio mettendo qualche rinvio lungo i suoi tiri, ed arriviamo finalmente al secondo camino. Siamo in alto ma non si annusa ancora la cima, la pioggia è scrosciata intorno lasciandoci indenni. Questa volta nemmeno provo l’uscita e lascio il passo dedicandomi alle foto: Federico ci dice che è molto bello ed ha ragione, unico inconveniente la maniglia per superare il passaggio iniziale che scardino, ma qui effettivamente è un quarto giusto che poi cala. Segue un aereo traverso con discesa iniziale friabiluccia, meglio farla da primo, che termina in spigolo e su a raggiungere la sosta: a sinistra c’erano chiodi ma non li ho visti. Ultimo tiro facile, anche un po’ di cresta vera e la via finisce improvvisamente a pochi metri dalla vetta. Mi inonda una marea di sole; sotto avevamo patito un bel po’ di mani fredde. Evito di riportare il tempo impiegato, quello della guida è quasi un miraggio, ma ciò deve avermi giovato: fame da lupi compensata con l’ottimo speck portato su. Giù il mezzo di Radler, se fosse stato un litro sarebbe andato ancor meglio. Per il ritorno tutto perfetto, tranne i miei ginocchi sifuli ed un po’ del solito piede matto, i giovani hanno avuto la compassionevole pazienza di fermarsi ogni tanto ad aspettarmi per evitare che mi mettessi a strisciare.

La via mi è piaciuta molto per la logica con cui trova i passaggi migliori, la varietà della roccia, non sempre ottima, e l’intelligenza con cui è stata parsimoniosamente segnalata e chiodata. Consiglierei di salirla con tempo ottimo e buon allenamento: non è banale e sarebbe pericoloso rimanerci ingamberati dentro.