Il Notiziario n. 33

Scialpinisti sull'Elbrus

di Marco Angelillo

Questo è il breve racconto di una settimana nel Caucaso, ai confini tra Europa e Asia, in una terra dagli spazi naturali e selvaggi, ampi ed aspri, di una bellezza e di una forza primitiva difficilmente paragonabile alle consuete dolcezze alpine. È la storia, lunga otto giorni, di otto amici del C.A.I. sci alpinisti e snowboard alpinisti, animati dalla voglia di scoprire nuovi territori, di esplorare e di vivere alcuni giorni in libertà, di mettersi in gioco con loro stessi, disposti all’incontro con ambienti e popolazioni lontane. Di tentare la conquista della montagna che era un vulcano, l’Elbrus, considerata la vetta più alta d’Europa, 5.642 metri di neve, ghiaccio e venti occidentali, in un rigido maggio del 2008.

Sabato 10: un viaggio attraverso l’Europa.
Alle 5.30 ci ritroviamo a Cordenons, fuori dall’abitazione del capo-spedizione Riccardo. Siamo in otto: oltre a Ricky, c’è Laura, Andrea, Michele, Robert, Tania, io ed Alessandro che, nelle due settimane precedenti la spedizione, ha conquistato, in rapida sequenza, Monte Bianco e Punta Dufour. Per una settimana titoli, ruoli e curricula li lasceremo a casa, liberi da quelle sovrastrutture che spesso non ci consentono di aprirci al mondo, di lasciarci stupire e trasformare da chi incontriamo lungo la strada. Siamo decisi a partire con lo spirito del viaggiatore, perciò non abbiamo scelto mete e modalità da turisti. L’agenzia alla quale ci siamo appoggiati ha provveduto a procurare i visti, ha prenotato i biglietti di andata e ritorno in aereo e la prima notte in Russia. Per tutto il resto penseremo noi, giorno per giorno, con la consapevolezza che imprevisti, incertezze e problemi facciano parte del gioco e che, anzi, ci diano ulteriori stimoli e possano rendere la nostra esplorazione unica e irripetibile.
Il viaggio prosegue senza intoppi fino a Mosca, quando, per prendere il volo interno che ci porterà a Mineral Vody, siamo costretti ad una "corsetta" lungo i corridoi dell’aeroporto, ad un check-in avventuroso e ad accordi un po’ fuori dalle regole internazionali del volo con un funzionario della compagnia russa. Comunque sia, ce la facciamo, anche se a Mineral Vody non arrivano le otto sacche con sci e tavole. Un problema da affrontare: lo facciamo subito grazie a Tania, che, ricordandosi delle sue origini ucraine, riesce addirittura a scrivere una dichiarazione di smarrimento bagagli in cirillico, a convincere l’ultima impiegata rimasta nel piccolo scalo caucasico (sono ormai le 10 di sera ) di chiamare Mosca per rintracciare i nostri preziosissimi attrezzi e farsi assicurare che sarebbero arrivati il giorno successivo. Il viaggio non è ancora terminato: ci aspettano oltre tre ore di pullmino per arrivare ad Azau, 2400 m nella valle di Baksan, ai piedi dell’Elbrus. È una strada costantemente in salita, senza tornanti, un po’ disconnessa che ci porta alla nostra meta: un’albergone con la hall che è un cantiere aperto, ma con un’ospitalità unica, visto che all’una di notte ci servono una sospirata cena calda.

Domenica 11: in esplorazione tra villaggi ai piedi di immensi ghiacciai.
Siamo senza sci. Decidiamo di esplorare a piedi la valle. Da Azau scendiamo lungo l’unica strada che segue il fondovalle collegando i centri abitati. Tra Azau e Terksol ci imbattiamo nell’inquietante presenza di due pezzi d’artiglieria pesante, a prima vista perfettamente funzionanti, puntati in direzione Sud, verso il vicino confine con la Georgia. Facciamo tappa a Terskol, un villaggio che sembra uscito dal nostro dopoguerra, un mix di pastorizia, cantieri edili, alberghi non finiti ma già aperti, vecchie strutture sovietiche in disarmo, piccole baracche e negozietti di commercianti. Riusciamo a cambiare un po’ di moneta e facciamo la conoscenza di un piccolo gruppo del locale soccorso alpino. Ci offrono salmone affumicato e birra, che non disdegniamo affatto. La comunicazione della nostra salita all’Elbrus, richiesta dal soccorso, ci dà la sensazione della buona organizzazione delle squadre caucasiche, sensazione confermata in seguito dalla presenza di uomini del soccorso a quota 4.000 e di un intervento in favore di una ragazza tedesca, ospite del nostro albergo, infortunatasi ad una gamba sul "grande vulcano" del Caucaso.
A Cheget, il secondo paese che incontriamo, ci troviamo sotto gli immensi ghiacciai dei versanti Nord; arrivano quasi a fondovalle, si alzano fino alle cime (4.000/4.500 metri) e si sviluppano in altezza con seraccate talmente enormi, da fare impressione anche dal nostro punto di osservazione. Il paesaggio ai piedi delle montagne è caratterizzato da un mercatino di vestiario artigianale (soprattutto capi in lana) e di generi alimentari, da nuovi alberghi e dall’infilata di bistrot con griglie fumanti en plain air. Acquistiamo tutti lo stesso berretto con le due cime dell’Elbrus e la scritta in cirillico e siamo inevitabilmente attratti dai profumi che provengono dalle braci: spiedini di pollo, montone e agnello sembrano invitarci ad un banchetto al quale non ci sottraiamo. Risalendo verso Azau scopriamo un piccolo chalet sul lago artificiale che serve un delizioso caffè alla turca in pentolini in rame e assistiamo ad una marcia paramilitare che alcuni adulti (insegnanti?) fanno fare a bambini di 11-14 anni nel cortile delle scuole di Terskol: l’Unione Sovietica si è sciolta da più di 15 anni ma certi metodi educativi, almeno nelle periferie dell’ ex-impero, sembrano essere ancora attuali.

Lunedì 12: zaini in spalla e sci ai piedi.
Saliamo finalmente in alta montagna. Il primo salto di quota lo superiamo con gli impianti, che ci portano a 3.400 metri. La differenza di temperatura con il fondovalle è palpabile. Siamo piombati in quello che Marcel Kurz, il celebre ingegnere topografo svizzero, definiva "inverno alpino". Aggiungiamo qualche strato al nostro abbigliamento e saliamo di 200 metri fino ai Barrels, originali bidoni in lamiera ben isolati, bivacchi attrezzati con vano sci, anticamera e 6 posti letto riscaldati da stufette elettriche. Li troviamo semi sommersi in seguito alle grandi nevicate delle ultime settimane, prendiamo accordi con il gestore, scaviamo 4-5 gradini per raggiungere l’entrata, scarichiamo il peso superfluo dagli zaini e ci rimettiamo in marcia per il primo ambientamento. Saliamo fino ai 4.100 metri del Priut, l’ultimo rifugio prima della cima. Il tempo non è dei migliori: nubi, neve e vento non mancano, ma non ci scoraggiamo. Un po’ di mal di testa e qualche disturbo fisico è il prezzo da pagare alla quota, ma la luce calda del tramonto ci ripaga di tutto: per la prima volta riusciamo a vedere le due cime dell’Elbrus. Uno spettacolo maestoso e magnifico.

Martedì 13: acclimatamento d’alta quota.
Sullo stesso itinerario che ci porterà verso la cima, saliamo fino alle roccette Pastuk (4.600 metri circa). La temperatura polare e vento forte ci impediscono un acclimatamento a quote maggiori, ma va bene così. Ci godiamo una magnifica discesa: 900 metri, gran parte su polvere, grazie alla neve asciutta caduta lunedì e in nottata. Stiamo bene, quasi tutti. Ci godiamo un lungo e meritato riposo prima della sveglia notturna. Andiamo a dormire mentre fuori infuria una tormenta di neve e vento, la più forte da quando siamo qui.

Mercoledì 14: attacco alla cima.
Sono le 3.00, suona la sveglia. Mi alzo per primo e la prima cosa che faccio è dare un’occhiata fuori dal Barrel. La neve caduta nella notte e quella portata dal vento ostruiscono l’uscita. Il vento gelido dei 4.000 soffia ancora. Prendo una pala e sposto velocemente la coltre polverosa che ci impedisce di uscire. Purtroppo Andrea ha la febbre alta: decide di non partire. Anche Laura e Tania non stanno bene: non hanno dormito, hanno ancora disturbi dovuti all’alta quota, e anche loro rinunciano al tentativo di raggiungere la cima.Siamo rimasti in cinque: Riccardo, Michele, Alessandro, Robert ed io. Alle 4, dopo una minuziosa preparazione di abbigliamento, materiali, the caldo e barrette energetiche, partiamo in direzione Nord. Il vento è calato rispetto alla sera prima ma sferza ugualmente già dai 3.700 metri. Il cielo è sereno e tappezzato di stelle: stiamo camminando proprio in direzione della stella Polare, a Sud abbiamo lasciato i nostri bivacchi con i nostri amici, a Ovest imperversa il vento gelido e ad Est, sul fondovalle, scorgiamo qualche flebile luce proveniente dai villaggi della valle di Azau. Le prime luci dell’aurora ci consentono di spegnere le frontali quando superiamo quota 4.000. Procediamo con ritmi bassi, la salita è lunga e dobbiamo risparmiare le energie. Ben presto, però, il gruppo si sgrana e quando raggiungiamo l’attacco di una rampa ghiacciata a 4.800 metri ognuno procede col suo passo. Mi fermo a rifiatare, bevo e mangio qualcosa. Fa freddo, non riesco a stare fermo se non per pochi minuti.
Aspetto che arrivi Alessandro e poi riparto; attacco la rampa con gli sci ai piedi. Una stretta fascia innevata divide due settori completamente ghiacciati: mi avvicino a quota 5.000, ma qui cominciano gli imprevisti. Si stacca una pelle di foca e non c’è verso di sistemarla. Tolgo gli sci e indosso i ramponi: è un’operazione che avrò fatto decine di volte ma a 5.000 metri è una vera e propria impresa. Tutti i movimenti sono estremamente rallentati, la quota e il freddo (ci saranno almeno 20 gradi sotto zero) non facilitano l’operazione.

Finalmente riesco a ripartire, ma dopo pochi passi mi ritrovo seduto sul bordo di un crepaccio; ho sfondato la copertura di neve superficiale con entrambe le gambe e ora non riesco ad uscirne da solo. Le code degli sci si sono piantate nella neve e mi impediscono di accedere alla piccozza o di togliermi lo zaino. Non oso tentare movimenti strani per timore di aprire ulteriormente il varco del crepaccio; i ramponi non riescono a toccare le pareti, non resta che aspettare. Per fortuna dopo una decina di minuti arriva un austriaco che mi allunga un bastoncino e mi consente di scivolare fuori dal pericolo. Riprendo a salire e finalmente supero quella rampa che non sembrava così insidiosa come in realtà si era dimostrata. Sono all’inizio del traverso che percorre in leggera salita, da Est a Ovest, l’intera base della cima secondaria e decido di scaricare gli sci per alleggerire al massimo il peso dello zaino. Mi raggiunge Alessandro che compie la mia stessa operazione e mi comunica che il resto del gruppo si è ritirato a quota 4.800. Decidiamo di continuare anche se il freddo è sempre più pungente: il the nel mio termos è ormai tiepido, me ne scivola un po’ sulla mano destra temporaneamente scoperta e si ghiaccia all’istante; si gelano anche i passamontagna nonostante l’aria calda che espiriamo e dobbiamo riscaldare sempre più spesso le dita delle mani congelate nonostante i guanti pesanti.
Capiamo il motivo per cui qualcuno abbia deciso di indossare tute, scarponi e guanti himalayani. Siamo quasi sulla sella tra le due cime, a quota 5.250 e decidiamo di arrenderci. Sono le 11 del mattino e da qui il panorama è incredibile: sotto di noi, come da un oblò d’aereo, ammiriamo ghiacciai e cime alte oltre i 4.000 metri che si stagliano lungo tutta la linea d’orizzonte che riusciamo a scorgere.La discesa è veloce e dopo un po’, a 5.100 metri, con nostra grande sorpresa, incontriamo Robert che aveva lasciato lo snowboard vicino ai nostri sci e che decide di scendere con noi. Sciamo con le gambe abbastanza rigide ma, cercando di goderci ogni curva, affrontiamo la rampa con il ghiaccio esposto. Anche Robert con la sua tavola non ha problemi; scendiamo ai Barrels poi più giù fino a 3.000 metri, dove prendiamo la cabinovia per Azau ritrovando il resto del gruppo al Freeride cafè. Ci aspettano birre e cibi caucasici, dopo tre giorni di buste liofilizzate accompagnate, per la verità, da ottimo speck e grana italiani.
La delusione per la cima mancata è notevole, anche se siamo comunque soddisfatti dell’esperienza che abbiamo vissuto: nessuno di noi aveva mai raggiunto quelle quote e faremo certamente tesoro di tutto ciò che abbiamo sperimentato, in vista delle prossime imprese.

Giovedì 15: riposo a fondovalle.
Una giornata di riposo per recuperare le forze è d’obbligo. La trascorriamo nella valle, tra mercatini e una pesca "miracolosa" nel laghetto delle trote scoperto domenica. In mezz’ora, con sei canne da pesca, riusciamo a catturare due trote. Le altre quattro le pesca la cameriera del ristorante in una decina di minuti ( che figuraccia! ). Osserviamo attentamente gli itinerari possibili sui versanti Nord perché abbiamo voglia di risalire in montagna il giorno dopo.
La scelta della gita cade su un meraviglioso ghiacciaio che da Cheget porta ad una forcella a quota 4.000 per proseguire poi fino ai 4.500 metri della cima. A Terskol, nel frattempo, assistiamo a scene di vita inconsuete: la visita di un’autorità politica al soccorso alpino con tanto di schieramento di forze umane e di mezzi motorizzati, un combattimento feroce tra cani randagi, la macellazione di un bovino realizzata all’aperto su un grande ceppo di legno da un uomo armato con una lunga accetta affilata.

Venerdì 16: dal Caucaso a Piatigorsk.
Un’abbondante nevicata, nubi basse e visibilità scarsa ci costringono a rinunciare alla gita programmata. Decidiamo, a malincuore, di abbandonare la valle avvicinandoci all’aeroporto. La nostra meta per oggi è Piatigorsk, la città dei cento tram, delle ragazze con tacco dodici, degli ombrosi ippocastani e delle mille rane. Dallo Sport Hotel, tutt’uno con le tribune dello stadio cittadino, ci muoviamo alla scoperta di questo lembo di Russia. Del suo mercato, di viali e parchi ben curati, del monumento a Lenin che domina ancora il centro, delle campagne e dei pascoli extraurbani dalla sommità di un’altura, della piazza d’armi con il palazzo del Soviet, del bistrot azerbaijano che ci serve ottima carne speziata cotta in una sorta di forno a legna, della birra siberiana e della buona vodka.

Sabato 17: ritorno in patria.
Ci svegliamo con la musica a tutto volume che proviene dagli altoparlanti dello stadio. È, a quanto pare, la festa più importante dell’anno in città. Cavalieri caucasici, squadre sportive, ragazzi in costume tipico, forze dell’ordine, esercito, autorità... tutti allo stadio. Una squadra di polizia ci tiene d’occhio mentre aspettiamo il pullmino che ci porterà a Mineral Vody. Qualche incazzatura in aeroporto nei confronti della compagnia russa KMV e dei suoi burocrati, non riesce a rovinarci il ricordo di una settimana fuori dal comune vissuta in una natura selvaggia e sconosciuta, tra montagne imponenti, ghiacciai estesi e vallate ampie e lunghissime adagiate tra pascoli, prati, rocce e cascate d’acqua.

Siamo sul volo Mosca-Vienna e quando ci appare la capitale austriaca dall’alto, con le anse del Danubio che abbracciano la città, il disegno dei quartieri ordinati inframezzati da veri e propri boschi urbani ed il Duomo di Santo Stefano, ci sentiamo già a casa.