Il Notiziario

Mantegna maestro di roccia

di Erica Martin
 

Con un titolo simile, come minimo i lettori si immagineranno Andrea Mantegna, celeberrimo pittore del Quattrocento italiano, abbarbicato a una parete con tanto di caschetto, imbrago e rinvii che tintinnano oscillando dalla cintura. Naturalmente, il gioco di parole nasconde ben altro significato: se c’è, tra gli artisti italiani dei secoli passati, un maestro capace di riprodurre roccia e pietra rendendole nella loro consistenza e nel colore con perfezione e naturalezza, questi è Mantegna. Aveva una vera e propria passione per ogni manifestazione del mondo litico, tanto da dare agli uomini stessi che dipingeva la consistenza di statue di marmo colorate. Di questo lo accusò Squarcione, il suo maestro e patrigno, che voleva diffamare il talentuoso allievo per aver osato affrancarsi dalla sua tutela e costruirsi una fama tutta personale a soli diciassette anni; ma quello che Squarcione trattava come un difetto divenne il vero e proprio “marchio di fabbrica” di Andrea, ciò che lo rendeva e lo rende tuttora unico. Di marmi, graniti, porfidi e brecce sono pieni i suoi dipinti, e lui teneva così tanto alla precisione nel riprodurli che era assiduo frequentatore dell’ambiente universitario di Padova, tra i più prestigiosi dell’epoca e che annoverava tra i propri docenti un illustre esperto di geologia come Giovanni Marcanova. Non solo la pietra lucidata, scolpita, addomesticata dall’uomo si trova, però, nelle opere del maestro: c’è anche la roccia della natura, quella roccia grezza e striata, con tutti i suoi strati geologici che si agglomerano a formare le montagne. Un ottimo esempio è quello della Crocifissione che ornava la predella (la parte inferiore) della Pala di San Zeno (trittico realizzato per l’omonima cattedrale a Verona) e che ora si trova al Louvre: la scena è quella del Cristo martirizzato sul Golgota, tra i soldati che indifferenti si spartiscono la sua tunica e le pie donne che sostengono la Madonna in deliquio; sullo sfondo campeggia, quasi fosse lei la protagonista, una rupe imponente dal colore rosato. Aspra e impervia, punteggiata qua e là da qualche rado cespuglio, pare erompere direttamente dal suolo e tuffarsi nel cielo, mentre il muraglione naturale che vi conduce, affiancando una strada gremita di gente, termina con una piccola esplosione geologica in cui pare che gli strati di roccia, scompaginati da chissà quale sommovimento tellurico, si aprano a ventaglio. Mantegna, questa gran falesia ce la fa vedere in tutto il suo splendore, con le sue pareti quasi perfettamente verticali, i suoi crepacci, i tetti, i diedri. Mantegna erige cime aguzze, scolpisce grotte e antri, leviga e scanala picchi, mette a nudo stratigrafie screziate di colori, disegna uno a uno i sassolini della strada con la meticolosità di un miniaturista. E’ la pietra il segno distintivo di Andrea di Isola di Carturo, figlio di Biagio falegname: quell’amore per la roccia, per la sua dura e fredda bellezza che gli ha fatto trasformare in pietra la stessa carne degli uomini, così da farli divenire eterni come le montagne.