Il Notiziario

Due mondi legati da una corda

di Seyed Taghipour (Said)


Ogni mattina quando mi sveglio, fisso dalla terrazza di casa quelle due imponenti montagne. Mi guardano e in un certo senso mi sfidano. Con la fierezza dentro, dico a me stesso “oggi le sconfiggerò”. In un battibaleno scendo dalla terrazza e mi ritrovo ai piedi di quelle pareti. Sono lisce e verticali. Spinto dalla mia impazienza e da un forte entusiasmo, le affronto subito con determinazione. Incomincio a salire. Lentamente, passo dopo passo, mi avvicino al traguardo. Non ho paura, ma solo il forte desiderio di arrivare in vetta e ammirare il paesaggio tutto intorno, oltre i limiti e i confini del mio immaginario. Il tempo passa e la fatica si fa sentire. Le forze incominciano a mancare. Non ho più nemmeno un briciolo di energia. I muscoli, ormai doloranti, non mi permettono di progredire. A malincuore devo rinunciare. Ma mentre cerco gli appigli migliori ad agevolare la discesa, la rivalsa rabbiosa già cresce dentro di me “Ci proverò ancora. Mai rinuncerò”. E’ stato così che sono cresciuto. Credo che all’epoca di questo aneddoto fossi solo un bambino di tre anni. Uno come tanti altri, forse solo un po’ più irrequieto e magari un po’ più presuntuoso. Nel cortile della mia casa natale c’erano due collinette, alte forse non più di quattro metri. Le pareti si alzavano dritte e lisce, fatte di roccia rossa compatta senza alcun appiglio. Spuntavano soltanto qua e là alcune radici. Appartenevano a degli alberi che facevano capolino dal bordo sommitale. Erano gli unici appigli che riuscii ad utilizzare durante il mio primo tentativo di scalata. Qualche giorno dopo il sogno si realizzò. Ero lassù in vetta alla mia prima conquista. Ancora oggi, a distanza di trentacinque anni, penso ancora a quel magico momento. Sensazioni che non puoi imprigionare, nemmeno fra le righe di un libro.

Sono cresciuto nel nord della Persia, in quella terra che oggi si fa chiamare Iran. Vivevo in riva al mar Caspio in un territorio vasto e rigoglioso, ricco di verde e dominato dalle catene montuose dell’Alborz. Si tratta di imponenti montagne per lo più selvagge, e ad oggi quasi del tutto inesplorate. Sono prive di sentieri e di qualsiasi altro percorso segnato. Fino ad oggi solo pochi ardimentosi hanno goduto del privilegio di avventurarsi fra quelle vallate e su quelle cime.

Qualche anno fa, quando arrivai a Budoia e vidi per la prima volta i muri di montagne che la sovrastano, non potete immaginare la mia sorpresa nello scoprire quella fitta ragnatela fatta di sentieri ben segnati e curati. Potevo finalmente avventurarmi dove volevo. Nel tempo libero, ho cominciato a perlustrarne ogni angolo, per giorni e talvolta anche le notti. Cercavo il mio silenzio interiore su quei pendii e nei boschi. Vivevo in simbiosi con la natura, in una solitudine solo apparente. Costantemente sorvegliato da mille occhi, ascoltavo il fruscio degli alberi alla brezza dell’alba, i rigurgiti dell’acqua fra le rocce, il ticchettio della pioggia sulle foglie ingiallite dall’autunno. Mi sentivo parte integrante di quella Natura. Seduto su quella pietra, diventavo tutt’uno con essa. Io le appartenevo, come essa apparteneva a me. Mi lasciavo prendere, coinvolgere da quel mondo. Tutte le cellule del mio corpo si trasformavano…non ero più IO. Ero un aquila che volava liberamente su quei crinali e quelle cime. L’infinito sotto le mie ali, senza tempo né pensieri. Così il mio mondo esteriore si fondeva con il mio mondo interiore. Tutto ciò era semplicemente sublime e allo stesso tempo gratificante. Questa mia grande passione per la montagna, mi ha fatto presto conoscere la locale sezione C.A.I. alla quale mi sono immediatamente iscritto. Lì ho conosciuto Michele. Non credo che serva spiegarvi chi sia…credo che tutti più o meno lo conosciate. Consapevole della mia passione e del mio grande entusiasmo per la roccia, Michele mi ha avvicinato al mondo dell’arrampicata. Da lì a poco, appresi i primi rudimenti, abbiamo incominciato a scalare le montagne più vicine. Mi sono trovato così, esattamente come allora, quando avevo solo tre anni, con lo stesso entusiasmo, la stessa voglia, e la stessa energia. E’ solo cambiato lo scenario. Al posto di quelle collinette, si alternano davanti a quel terrazzo, delle magnifiche pareti a me ancora sconosciute: i contrafforti delle Tofane, le torri della Civetta, le muraglie della Moiazza, le guglie dei Monfalconi, i splendidi calcari delle Carniche, e tante altre ancora… Dopo tanti anni vince ancora, oggi come allora, quel bambino che c’è dentro me. Trova un coetaneo che esattamente come lui è spinto da forte ammirazione per quel mondo fatto di sassi. Insieme abbiamo incominciato ad andare oltre, a superare limiti e a scoprire nuovi orizzonti. Giornate trascorse con il naso all’insù a cercare il passaggio migliore, il camino o la fessura. A cercare la linea di un diedro slanciato verso il cielo oppure un tetto da superare. Come allora in quel cortile a cercare la radice più robusta, l’appiglio migliore alla quale appendersi. La stessa energia ci accompagna nella scoperta, in simbiosi con la parete forte e severa, ma che allo stesso tempo ci accoglie e fa sentire parte di essa. La soddisfazione della méta raggiunta e l’ammirazione per l’infinito mondo che la circonda. Durante le salite raccontiamo e condividiamo le nostre vite. Pur essendo diversi in tutto e per tutto, dalle nostre origini, usi e abitudini, ci troviamo ad unire quei mondi così lontani nei quali siamo cresciuti. Li leghiamo con una corda che è quel linguaggio internazionale che non conosce confini, né continenti. Non conosce idiomi né lingue o dialetti. Non ha colori né suoni. Non conosce politiche o religioni. Si tratta di quel linguaggio puro e innocente, di quel bambino che vive dentro ognuno di noi.