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Il
Notiziario n. 35
San Tomè: la voce dei luoghi
di Erica Martin
Una
sera da “Le Pozze” me chjatàve verso not/ i ài sintù ch’in
“Chia Le Fratte” i sunàva un sibulòt./ Jo me ferme a ugrèle
vièrte, scòlte cènza tirà ‘l flàt/ al sorèle al tramontàve,
cèit e vert al era’l prat.
Ci sono luoghi che hanno una particolare
aura, una voce che sembra parlare agli angoli più nascosti
dell’animo umano. Magari gli uomini non capiscono bene cosa sia
quella musica strana che risuona loro dentro, ma ne sono tanto
affascinati da tornare più e più volte in questi luoghi o
addirittura da stabilirvisi, scegliendo di celebrarvi i propri
culti o seppellirvi i propri morti.
San Tomè di Dardago è uno di
questi luoghi. La piccola chiesa sorge in fondo all’intaglio
creato dal torrente Artugna tra il Col Scussat e il Col di
Belvedere; è addossata a una parete di roccia, quasi nascosta;
sembra nata per caso in un posto banale. Eppure già dal
Neolitico gli uomini avevano scelto quel luogo, come
testimoniano i ritrovamenti di punte di freccia e piccole asce;
la presenza continuò durante l’Età del Bronzo e si fece più
intensa in periodo romano, tanto da ipotizzare che qui fosse
stato costruito un ninfeo, tempietto dedicato alla venerazione
delle acque. Fu durante il Medioevo - per la precisione nel
Tredicesimo secolo - che sorse la piccola chiesa ad aula unica,
con il tetto a capanna e una bassa absidiola; quanto quel luogo
di culto fosse importante ce lo dicono i lacerti di affreschi
sulla parete destra e il fatto che già nel 1338, in occasione di
una visita del leggendario Patriarca d’Aquileia Bertrando da
Saint Geniés, si dovette allargare l’edificio perché non
riusciva più a contenere la massa di fedeli.
La chiesetta era
stata dedicata a San Tommaso e la sua frequentazione da parte
dei fedeli si protrasse per secoli, tanto che nel 1600 circa si
dovette provvedere a una nuova sistemazione e nuovamente nel
1982 la popolazione di Dardago curò un restauro dell’edificio,
considerato simbolo della comunità. Ancora oggi San Tomè è meta
di assidue visite: lí si prega, ci si sposa, si dicono messe in
suffragio, si celebrano feste religiose. Quale sarà il motivo di
una così lunga fedeltà degli uomini a questo luogo? Cos’ha fatto
sì che per secoli e secoli la gente si recasse qui,
riconoscendovi una sacralità indipendente dalle religioni che
professavano? Forse proprio quella voce, quella musica antica e
arcana che da sempre pervade il piccolo colle accanto al
torrente, l’ombra dei suoi alberi, le rocce silenziose. La voce
che fa sì che il nome popolare di “San Tomè degli spiriti” non
evochi inquietanti visioni di spettri, ma l’idea di un genius
loci e della benigna presenza degli spiriti di coloro che sono
stati qui nel passato.
Poi la vòus a si à perduda, pò d’un trat
ecco à finì/ ah no ‘ndai mai pì sintùda una musica cussì.
Nota: le parti in corsivo sono tratte da una
poesia di Giuseppe Malattia della Vallata, “L’aga dal siele”,
musicata dal gruppo folk friulano “Braul” all’interno del cd “La
farina dal diàul”. |
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