Il Notiziario n. 35

La sicurezza in ambiente innevato

di Pietro Matarazzo
 

Le straordinarie precipitazioni nevose di quest’anno che, tanto per fare un esempio, hanno prodotto un accumulo di neve al suolo presso Casera Razzo e Passo Pramollo di oltre due metri e mezzo, hanno stupito davvero tutti; da venticinque anni non nevicava così tanto, ed anche a quote relativamente basse la copertura nevosa è stata abbondante e continua nel tempo. Gli sci-alpinisti hanno potuto beneficiare di ottime condizioni: la copertura dei salti rocciosi e della vegetazione, la modifica in pendenza di gole e scarpate, hanno permesso di effettuare gite memorabili e persino non fattibili, in qualche caso, nel recente passato. Per parlare d’inversione di tendenza occorrerà attendere almeno altri tre/quattro anni e soprattutto dare uno sguardo a cosa succederà negli altri Stati e Continenti. Prima di decretare un aumento della nevosità e un rallentamento dell’aumento globale delle temperature, fenomeno verificatosi recentemente, bisognerà attendere una conferma durante gli anni/decenni/secoli a venire, così come per il paventato aumento della temperatura media del nostro pianeta. Una rondine, dice l’adagio, non fa primavera, consoliamoci almeno, nel frattempo, con l’osservare questi elegantissimi passeriformi rientrati qui da noi in numero ormai esiguo, compiere le caratteristiche evoluzioni, accompagnate dai piacevoli garriti (vit-vit) nell’incerta luce del crepuscolo.

Quale rovescio della medaglia, la stagione è stata purtroppo caratterizzata da un gran numero di incidenti al di qua e al di là delle Alpi, a conferma di una correlazione tra numero di incidenti e abbondanza delle nevicate. Agli allievi del corso di sci-alpinismo della Scuola “Val Montanaia” vengono spiegate molto bene le regole per ridurre questa negatività, a beneficio di uscite sicure. In due semplici parole, si può riassumere il cardine su cui ruota la sicurezza in ambiente innevato: prevenzione e autosoccorso. Si tratta di concetti importanti per chiunque frequenti la montagna d’inverno, a prescindere dal modo e dall’attrezzo scelto. Gli accorgimenti da seguire non cambiano sia che si scelga di fare un’escursione con o senza le ciaspe, oppure un’uscita con gli sci o lo snowboard. La prevenzione La nivologia e lo studio delle valanghe sono temi appassionanti che hanno impegnato eminenti studiosi (un nome per tutti, Werner Münter), che si sono dedicati con ogni sforzo al fine di predire e analizzare il fenomeno dei distacchi di neve. Le variabili in gioco sono tuttavia moltissime e le teorie spesso vanno in mille pezzi.

È fuori di dubbio che non occorre essere dei maghi per non restare coinvolti in incidenti, basta seguire delle semplici regole, spesso più dettate dal buonsenso che dalle teorie di cui abbiamo detto. Prima di tutto occorre, durante lo studio del percorso fatto a casa, leggere con attenzione il bollettino valanghe della zona, strumento primario e utilissimo per lo sci-alpinista e per chiunque si muove in terreno innevato, seguirne accuratamente le indicazioni alla luce delle pendenze ed esposizioni che la nostra gita ha in programma di percorrere. Sappiamo bene che un distacco di neve, provocato dal peso dello sciatore o spontaneo, richiede la coesistenza di tre fattori: esistenza di un piano di slittamento, presenza di forze attive (per esempio il proprio peso nel caso di una nevicata di mezzo metro) che vanno a superare la forza con cui lo strato di neve rimane aggrappato al pendio, sufficiente pendenza.

Parlando di gite sci-alpinistiche, la pendenza sui percorsi di quelle classiche è spesso superiore a 25-30°; anche l’esistenza di piani di slittamento è spesso scontata, visto che le nevicate che si susseguono apportano e formano più strati legati tra di loro, spesso sovrastati da altri strati di neve trasportata dal vento. Le forze che trattengono la neve, possono inoltre venire facilmente meno, quando un gruppo di sciatori percorre il manto nevoso introducendovi pericolose sollecitazioni. Ben prima del nostro fiuto e della nostra capacità di valutazione, fattori importanti quando stiamo effettuando una gita, è proprio il bollettino delle valanghe che serve a farci capire fino a che punto lo stato delle condizioni, sempre presenti in misura maggiore o minore, può determinare un pericolo. Questo pericolo è sempre presente ma, se il bollettino segnala grado 2 o 1, può rientrare in termini non allarmistici, comunque entro limiti molto rassicuranti.

Per le zone vicine a noi, le fonti informative da tenere presente sono quelle dell’ARPAV - Centro Valanghe di Arabba - per la regione delle Dolomiti e Prealpi Venete e dell’OSMER per le montagne del Friuli Venezia Giulia. Le informazioni che forniscono, si badi bene, esprimono solo un valore medio per un territorio abbastanza vasto: con grado 2 potremmo imbatterci in pendii di grado 3, o anche 1, a seconda delle infinite variabili dell’esposizione, della meteorologia e dell’orografia. È da sottolineare peraltro che la scala di pericolo non è lineare, in quanto il grado mediano (3 marcato) non rappresenta un pericolo medio, bensì un pericolo di livello superiore. Non è un caso che molti incidenti avvengano proprio con grado 3, psicologicamente molto vicino al grado 2 (segno di condizioni molto vicine a quelle di generale sicurezza) ed erroneamente ritenuto lontano dal grado 4, avvertito da tutti come indicatore di pericolo elevato.

Una volta raggiunto il luogo della gita, l’escursionista deve prestare molta attenzione ad altri segnali quali la presenza di cornici o altre tracce di vento, un’eventuale temperatura inaspettatamente alta, l’assenza di rigelo notturno, una quantità imprevista di neve appena caduta, tutti fattori questi che, se correttamente interpretati e quantificati, permettono di adattare la valutazione del bollettino alla zona specifica. L’autosoccorso Entro i primi 15 minuti dal seppellimento di una persona le probabilità di trovarla ancora in vita sono del 93%. Trascorsi tra i 15 e i 45 minuti si registra un forte calo delle probabilità di sopravvivenza che passano dal 93% al 25% circa; in tale periodo subentra la morte per asfissia acuta per tutti gli sfortunati che non dispongono di una cavità d’aria in cui respirare. Sperare dunque che sia l’intervento del 118 a salvare lo sventurato è completamente inutile; anche se il Corpo del Soccorso Alpino è rapido, impiegherebbe certamente troppo tempo. È il compagno/i di gita che deve essere in grado di localizzare e disseppellire il travolto, tramite l’uso dell’Arva, della sonda e della pala. Un apparecchio Arva si può definire “digitale” quando il segnale ricevuto viene elaborato all’interno dell’apparecchio ed il risultato di questa elaborazione viene proposto all’utente in forma sia visiva che acustica, con un’indicazione a video della direzione da seguire per arrivare al sepolto. Gli Arva che trasmettono all’utente il segnale ricevuto, opportunamente filtrato e amplificato, fondamentalmente in forma acustica, e in alcuni casi con il supporto di un display digitale, ma senza elaborarlo per via digitale, fanno invece parte della famiglia degli Arva analogici.

Un’importante differenza tra gli Arva analogici e quelli digitali è legata al tipo di segnale trasmesso; in quelli digitali, di progetto più recente, la segnalazione è più precisa. Gli apparecchi digitali di prima generazione costruiti con due antenne tra loro perpendicolari (assi x e y) permettono di identificare la direzione del campo, mentre quelli di ultima generazione (Pieps, Pulse e Ortovox S1) sono dotati di tre antenne: l’introduzione della terza antenna sull’asse z ha permesso di eliminare il problema dei falsi segnali massimi (presenti non sulla verticale del sepolto). Essi possiedono inoltre una funzionalità molto importante nel caso di seppellimento multiplo: la possibilità di escludere un segnale, già localizzato, per continuare la ricerca senza esserne disturbati. Ad ogni buon conto, l’Arva da solo non salva dalle valanghe. Per prima cosa è meglio evitarle, quindi è necessario leggere attentamente i bollettini e preparare bene a tavolino la gita. In secondo luogo bisogna saperlo usare addestrandosi periodicamente (fare almeno 10 esercitazioni l’anno, per esempio a fine gita) altrimenti, quando potrebbe servire, non saremmo in grado di lavorare bene ed in fretta. Inoltre, gli incidenti accadono nella maggioranza dei casi in discesa: la prevenzione va fatta anche e soprattutto in questa fase molto delicata. Il bravo alpinista e sci-alpinista è quello che torna a casa sano e salvo (e possibilmente contento), non chi arriva in cima.

Un’ultima e importante nota riguardo certe false credenze: il fatto che una persona riesca a scendere da un ripido pendio, nonostante sia in atto un bollettino e stato della neve sfavorevoli, senza provocare una valanga, non permette di concludere che le condizioni erano sicure a dispetto dei bollettini, ma nella maggioranza dei casi, che si è trattato di sola e grande fortuna. Con tanti auguri di splendide gite.