Il Notiziario n. 35

Un'estate sfortunata... o forse no!?

di Michele Livotti
 

Le ampie pareti di Fanis, i pilastri della Tofana di Rozes, la Torre Venezia, le Lavaredo, i muri della Moiazza… era novembre e la stagione arrampicatoria non era ancora terminata. Con l’inseparabile Said, mi trovavo su una delle torri sovrastanti il Passo Falzarego, allorché una tormenta di vento e neve, accompagnata da una temperatura quasi polare, mi dava il dubbio, senza desistere nell’intento, che forse stava arrivando l’inverno… L’eccitazione per una stagione incominciata molto presto e, grazie ai favori del meteo, proseguita fino ad autunno inoltrato, ci faceva guardare con giustificato ottimismo alla stagione successiva. Si sa, l’appetito vien mangiando e anche l’alpinista della domenica, per mantenere fede a questo motto, è in qualche modo destinato a programmare nuove vette da scalare. Con la soddisfazione di una lunga stagione 2007 arricchita da magnifiche salite, l’entusiasmo era tale che trascorremmo l’inverno dividendoci tra le pareti della neonata sala boulder e quelle della palestra Piccola di Dardago. La continua risolatura di scarpette ed il consumo smodato di magnesio erano le attività collaterali più frequenti. Ogni momento libero veniva dedicato agli allenamenti psico-fisici: dita, falangi e alluci, bicipiti e quadricipiti, tentativi di applicazione della tecnica Caruso, nonché della praticissima ciapa e tira, compreso la preghierina a san…rinvio (!). Tutto e di più dal vademecum per l’allenamento del buon alpinista. Con assidua costanza anche nelle giornate umide e piovose, bisognava a tutti costi trovare il modo per allenare corpo e mente in previsione della stagione successiva. A onor del vero, eravamo convinti che già in primavera, visto l’andazzo tiepido e asciutto dei recenti inverni, avremmo potuto trovare qualche bel paretone da sgretolare sotto le nostre dita. Quando non era possibile trovare falesie asciutte, tentavamo comunque sul bagnato, confortati dalla giustificazione “il buon alpinista deve essere preparato anche nelle avverse condizioni meteo”! Avessimo, solo una volta, potuto applicare anche la tecnica a ventosa, oggi ci sentiremmo sicuramente un po’ più gratificati di tanta dedizione…

Il calendario finalmente ci indicava che l’inverno stava per terminare e che presto, memori della precoce e felice stagione precedente, avremmo potuto mettere in pratica l’intenso allenamento invernale. Contrariamente alle previsioni da più parti avventatamente annunciate, l’inverno si è invece prolungato fino a primavera inoltrata. A maggio eravamo ancora beatamente adagiati sotto gli umidi e freddi vapori della Val de Croda sognando i Comici, i Cassin e soci, convinti di poterne calcarne al più presto le gesta eroiche: passaggi strapiombanti, traversi nel vuoto, spigoli a tagliare il cielo… il tutto condito da abbondanti bevute di birra per rinfrescare le provate membra. Le settimane trascorrevano lente e finalmente, ai primi di giugno, sembrava che l’anticiclone delle Azzorre volesse concederci il primo fine settimana per sfogare tutta la nostra capacità arrampicatoria. Giusto il tempo di dare un’occhiatina al meteo per le doverose conferme, e poi... via!

Il ritrovo prima dell’alba è al solito posto. Poi su di corsa lungo la Valcellina, evitando d’investire qualche sprovveduta volpe o capriolo... All’improvviso, appena sbucati dall’ultima galleria del Vajont, un bagliore fulmineo ed un forte tuono anticipano una tagliente grandinata; imperterriti come nulla fosse, scendiamo verso Longarone alla ricerca di un punto di ristoro. Il rovescio di pioggia non ha alcuna intenzione di smettere; trascorriamo diversi minuti in un bar e, davanti ad un buon caffè, rileggiamo la relazione della salita. Intanto il panificio di fronte apre le serrande; divoriamo prelibate brioches alla crema e panini al cioccolato, tanto per ingannare il tempo e riempirci di carboidrati; durante l’inverno abbiamo imparato che una buona dose di carboidrati mattutini sono la “benzina” dell’alpinista. Il temporale, con grandine trasformata in pioggia, non vuole finire; la macchina procede mestamente sulla strada del ritorno, non senza fermarsi a Claut per una doverosa sosta nella nota macelleria del paese (non sia mai detto che si mangi companatico senza la carne secca del Fabrizio). La giornata si conclude a Dardago con l’ennesimo allenamento, ma non ci perdiamo d’animo e siamo sicuri che il prossimo fine settimana sarà quello decisivo. La partenza successiva avviene nel bel mezzo della notte: meta dichiarata, ma non proclamata per scaramanzia, le pareti nord delle Lavaredo; siamo carichi d’entusiasmo come bombe a orologeria! Alle prime luci del giorno stiamo già parcheggiando nei pressi del Rifugio Auronzo.

È una giornata splendida, senza una nuvola nel raggio di chilometri. Doppiamo frettolosamente i bastioni meridionali per attraversare sotto le pareti nord. Il cielo è ancora più terso e non diamo peso ad un significativo tichettio che sentiamo alla base delle rocce. Arriviamo in mezzo alla Grande e notiamo uno stillicidio che scende lontano dalle nostre teste. All’attacco c’è già una cordata che ci precede; le mie conoscenze linguistiche mi fanno capire che sono d’oltralpe. I due, Fritz e Franz, partono veloci e noi, per non essere da meno, subito dietro; quello davanti attacca il terzo tiro e sembra che nella scarpetta si sia infilato il piede scivoloso di gatto Silvestro. “Fritz, wie geht’s”? - gli domando come va… e quello, di rimando, grugnisce: “Nass!”, umido… Esorto il mio compagno a raggiungermi in sosta e Said, tutto bagnato e trafelato, per tutta risposta mi accusa di pazzia; infatti una vera e propria cascata d’acqua si versa sulle nostre teste. Sarà stato lo scioglimento delle nevi o l’acqua assorbita durante le precedenti piovose settimane, sta di fatto che la parete sputa acqua da tutte le parti. Ennesimo mesto ritorno in pianura, non senza l’ormai tradizionale passaggio al panificio di cui sopra. Non sappiamo a quale Santo del Cielo appellarci e perfino alcune danze propiziatorie con estemporanei riti medio-orientali non sortiscono alcun effetto. Sembra proprio che quest’anno si debba restare all’asciutto… ehm…al bagnato. La buona sorte, forse impietosita dalla nostra disperazione, ci volge finalmente il suo lato migliore; riusciamo finalmente, in una calda mattina di fine giugno, a ripercorrere una classica del nostro mito Cassin, ma non facciamo nemmeno in tempo ad uscire in vetta, che una nuvoletta di fantozziana memoria si adagia sopra le nostre teste smorzandoci la gioia sul viso. Arraffiamo corde e cordini, e giù veloci in corda doppia; alla base una calura estiva ci secca la gola… Ci rallegriamo con una bella bevuta al rifugio prima di prendere la strada verso casa; siamo certi che da oggi non ci fermeremo più e, per l’appunto, facciamo la conta degli obiettivi principali, fissandoli sul calendario in modo categorico.

La settimana corre veloce con i preparativi della prossima scalata; il sabato, sempre di buon’ora, prendiamo d’infilata la Val Zoldana per raggiungere il Passo Duran. I piovaschi dei giorni precedenti hanno lasciato spazio ad un lucente soleggiato mattino. Immancabilmente tutto brilla davanti a noi, la rugiada sui prati, i rivoli lungo i declivi e, finalmente, anche le nostre amate pareti. Una leggera brezzolina ci fa capire che presto sarà tutto bello e asciutto; il sole ci riscalda già da qualche ora quando arriviamo sotto il nostro obiettivo. È composto da un bel calcare grigio, compatto, interrotto qua e là da qualche ciuffo d’erba e qualche piccolo tetto, dal quale, ahi noi, grondano vere e proprie colate d’acqua. Il sole sta arrivando e stiamo indugiando per qualche momento, quando purtroppo una nuvola gli si pone proprio davanti. Abbiamo già infilato gli imbraghi, ma di salire non è proprio il caso… Aspettiamo ancora un po’ e la nuvola si fa ancora più grossa e scura; a questo punto non ci resta che mettere il materiale nello zaino e ritornarcene a valle. Ci fermiamo dalla solita panettiera che ci accoglie con un largo sorriso. Siamo ormai a luglio ma non ci perdiamo d’animo. Qualche esperto buontempone aveva previsto che ci sarebbe stata un’estate lunga e torrida… e sicuramente El Nino, la Nina, l’anticiclone e tutte le lune di Orione e soci, si sarebbero presto unite per garantirci le tanto sperate condizioni favorevoli. Dopo l’ennesimo fine settimana andato storto, ritorniamo tra le amate crode ampezzane. Di buona lena attacchiamo e insieme ad una cordata di gardenesi usciamo in vetta tra l’azzurro del cielo. Il nostro umore e la nostra adrenalina ritrovano i colori e lo spirito quasi assopiti; aggiorniamo il nostro programma stagionale e ri-fissiamo tutti gli obiettivi. “Dai - ci sproniamo vicendevolmente - la prossima volta sarà quella giusta!” Carichi d’entusiasmo, nell’uscita successiva partiamo al solito levar del sole per l’ennesimo confronto con le pareti nord delle Lavaredo. “Tempo bello con residui movimenti temporaleschi in dissolvimento nella notte e nelle prime ore del mattino”- così citava il bollettino della sera precedente. Non mi dilungo per raccontare com’è andata, preciso soltanto che la gentile signora di Longarone ci ha regalato una brioche...

La “fruttuosa” stagione non è ancora finita: in un giorno delle settimane successive, dopo aver controllato i siti meteo regionali, nazionali e internazionali, ci troviamo sotto la Rocchetta Alta di Bosconero. Veramente un accogliente rifugio, una gustosa cena in buona compagnia e presto a nanna. Anche questa volta però, la dea bendata sembra non vederci molto bene. Infatti, il mio compagno, forse a causa del sonno troppo leggero o perché disturbato da qualche sospetto ronzio, trascorre la notte “in bianco” a contare le stelle... È risaputo che quella montagna ha le pareti lunghe e severe che richiedono occhio sveglio e concentrato. Penso, tra di me, che la fortuna sarà anche cieca, ma quest’anno la sfiga ci vede benissimo e forse ha preso di mira proprio noi due; tant’è che dopo un brevissimo conciliabolo, decidiamo comunque di raggiungere la parete. Anche stavolta siamo preceduti da due cordate, sempre d’oltralpe, e mi domando se questo è un segno del destino. L’amico Said, risoluto e tenace, dà prova di grande caparbietà malgrado la notte insonne; tutto procede per il meglio fino ad una breve sosta a circa due terzi della via dove decidiamo per un breve ristoro; escono dallo zaino due bustine, recuperate da un bar la sera prima, contenenti quel liquido super miracoloso che va di moda oggi tra gli atleti. Senza far storie, lo ingurgitiamo a bocca piena, allorché di brutto, eruttiamo disgustati tutto il sapore di quella micidiale porcheria! Si trattava di una bibita a base alcolica camuffata da integratore... Per giunta, il mio compagno è allergico a tutti i tipi di alcolici dal vino in su, figurarsi... Per mia fortuna non si tratta di una malattia contagiosa, ma resta il fatto che non se la sente di continuare; giramenti di testa e quant’altro suggeriscono una certa cautela e un po’ di riposo. Abbiamo ancora qualche tiro duro da far fuori e il sottoscritto si sente abbastanza provato: “Xe la volta bona che i ne recupera co l’elicottero. Te vedarà che ridae quando tornemo sò…” Riprendiamo a salire, ma degli improvvisi e acuti crampi mi bloccano gli avambracci e le dita; nella mia testa, oltre all’alcool, sento già girare le pale dell’elicottero… Non sappiamo come prendere la cosa, se ridere o piangere.

Con l’aiuto di spicciola filosofia proseguiamo e terminiamo la nostra salita. Una corsa in rifugio e via verso casa, il panificio, ahi noi - o per fortuna - era già chiuso! “Settembre è uno fra i mesi più belli dell’anno e se tutto procede come l’anno scorso, sicuramente potremo arrampicare anche in ottobre”- con questa aleatoria convinzione, facciamo affidamento su almeno otto fine settimana e la possibilità di altrettante uscite in ambiente. In conclusione, riusciamo a piazzarne solo una di quelle preventivate ed anche quella con la dea fortuna che se la ride alle nostre spalle. Per l’appunto, le cime della Civetta sono tutte già imbiancate alla quota del Rifugio Vazzolèr. I bollettini meteo hanno comunicato le solite “nubi in dissolvimento nella notte” e le altrettanto famose “temperature in rapido aumento già dalle prime ore della mattina”. Morale della favola, alle dieci, in parete rivolta a sud, ci troviamo con il termometro sotto zero ed il cielo minaccioso di neve...! Solo perché colpiti nell’orgoglio e stimolati da una cordata giunta poco prima di noi, facciamo la salita non senza inveire contro le avversità atmosferiche e non solo… La solita e gentile panettiera ci accoglie con ampi sorrisi, elargendoci le sue prelibatezze e promettendoci per il prossimo anno l’installazione della macchinetta da caffè… Con una scorta di gustosi carboidrati abbiamo deciso di concludere la stagione; in appendice, un tentativo nelle Carniche qualche settimana dopo, quasi per motivo scaramantico, e ci troviamo a Rigolato per deliziarci con frico e polenta…(avevano finito le brioches).

Abbiamo smesso di chiederci la morale e il significato di questa stagione poco fortunata. Lasciamo ai posteri e alla panettiera l’ardua sentenza. Noi, di sicuro, tenteremo sempre di andare per crode, pur consapevoli che talvolta, nostro malgrado, resteremo a bocca asciutta… ma con la pancia piena. Prosit!