Il Notiziario n. 35

I primi sulla Civetta
pillole di storia - seconda parte

di Roberto Bianchini
 

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come, tra la metà e la fine del XIX° secolo, la sommità della nostra montagna sia stata raggiunta attraverso le vie che partono da quasi tutti i punti di possibile accesso. Quella dello zoldano, percorsa con una certa frequenza da piccole comitive, è diventata la via comune; per renderla più sicura un passaggio ritenuto pericoloso, il Passo del Tenente, viene agevolato da un corrimano di ferro lungo otto metri. Alla fine del secolo, alcune guide locali aprono delle varianti con l’intento di evitare lo zoccolo basale molte volte bagnato o ghiacciato. Nell’agosto del 1896 sulla cima viene collocato il primo libro di vetta, destinato a sostituire il vecchio e scomodo sistema delle bottiglie.

Nella primavera del 1903 la Sezione di Venezia del C.A.I., che tra il il 1892 e il 1899 aveva costruito ben tre rifugi nelle Dolomiti, delibera di erigerne uno sulla Civetta. La scelta del luogo più adatto viene decisa dopo un sopralluogo che prende in esame l’intero massiccio e cade su un terreno concesso gratuitamente da una nobildonna veronese, situato sotto il valico che mette in comunicazione la Val Zoldana con l’Alto Agordino. Il nuovo Rifugio Coldai, inaugurato il 30 settembre del 1905, oltre a favorire le salite dal lato orientale, offre un buon punto di appoggio per l’esplorazione delle Tre Rocchette e delle varie elevazioni che costituiscono la diramazione settentrionale della montagna. La Torre Coldai (Prima Rocchetta) viene scalata nel 1908 da Paul Hübel di Monaco e Leon Späth di Londra. La Torre d’Alleghe (Seconda Rocchetta) si presume in data antecedente da qualche cacciatore locale per il facile versante nord est. La Torre di Valgrande (Terza Rocchetta) nel 1907 da due alpinisti viennesi, tali Holzwarth e Knoth, che non ne danno però notizia; nel 1910, i bavaresi Gabriel Haupt e Karl Lömpel, guadagnato da nord ovest il difficile intaglio tra le due prime torri, superata la Torre d’Alleghe (prima salita alpinistica), compiono la ripetizione della Valgrande che viene considerata “prima assoluta” dalla Guida tedesca Der Hochtourist in den Ostalpen 1911. Nel 1913 gli austriaci Rudolf Hamburger e Karl Plaichinger salgono sulla cima principale dopo aver superato il possente sperone orientale della Punta Civetta; la loro via, considerata una delle più belle arrampicate di cresta delle Dolomiti, col tempo perderà d’interesse perché parzialmente utilizzata dalla Ferrata degli Alleghesi.

Nello stesso periodo anche il settore centrale e quello meridionale sono oggetto d’importanti vicende esplorative e di conquista. Nell’agosto del 1906 l’eminente geografo udinese Olinto Marinelli, con la guida Angelo Panciera, intraprende un’escursione per perlustrare la parte alta della Val dei Cantoni rimasta ancora sconosciuta; le difficoltà incontrate e la mancanza di tempo gli impediscono però di raggiungere il Giazzèr, ghiacciaio principale della Civetta. Nella sua dettagliata relazione, pubblicata dalla Cronaca Bimestrale della Società Alpina Friulana, il Marinelli mette in dubbio che qualcuno abbia mai visitato quell’elevato circo nevoso, se non altro per tentare di guadagnare, da quella parte, la vetta del monte. Nei primi giorni di settembre, Cesare Tomè, quasi al termine della sua brillante attività alpinistica, effettua la seconda traversata completa da occidente ad oriente, scalando con la guida Santo De Toni ed il portatore Donato Dal Buos la bastionata nord ovest per un nuovo itinerario (“Via degli Agordini”); nel suo resoconto afferma che questo si discosta di poco da quello dei suoi predecessori Raynor e Phillimore, ma in effetti superare l’incombente e verticale canalone che conduce alla depressione fra le due cime senza passare per la Piccola Civetta, lo rende molto più impegnativo di quello degli Inglesi. In pratica compie la prima salita diretta alla cima dal versante del Cordevole. L’anno dopo, l’opinione espressa dal Marinelli circa l’assoluta verginità del ghiacciaio principale, viene smentita dal notaio milanese Alfredo Stoppani che, con apposita lettera, gli comunica di essere riuscito, il 9 settembre del 1902 con l’aiuto della guida Pietro Conedera, a posar piede sul Giazzèr raggiungendo poi per cresta la cima meridionale della montagna; specifica inoltre che l’ora tarda, ma soprattutto la violenza di un improvviso temporale, gli hanno impedito di proseguire verso quella principale, costringendolo a ripiegare lungo la dorsale che deposita nel Van delle Sasse.

L’ipotesi che la vetta sia possibile attraverso il ghiacciaio desta l’interesse di Giuseppe De Gasperi, uno dei più promettenti alpinisti friulani; spinto dalla vitalità dei suoi 24 anni, egli vuole assolutamente essere il primo nell’ardua impresa. La sera del 29 luglio del 1907, assieme all’amico pordenonese prof. Federico Flora, prende posto presso la Casera Manzoni; si alza alle quattro del mattino e parte da solo per “vedere” i Cantoni di Pelsa ed il soprastante catino ghiacciato; al compagno lascia detto di non preoccuparsi per lui, perché ben equipaggiato e attrezzato per bivaccare sotto le stelle. Il sopraggiungere del cattivo tempo e il grave ritardo accumulato mettono però in apprensione il Flora, che organizza le ricerche, lunghe, difficili e laboriose; tre differenti squadre di valentissimi uomini battono una zona molto vasta in modo coordinato e preciso. Purtroppo il 5 di agosto, sulla parte superiore del ghiacciaio, viene trovato il corpo senza vita del coraggioso alpinista; forse colpito da un sasso o per la perdita di un appiglio, è precipitato mentre cercava di raggiungere il crestone che separa la parte alta del Giazzèr dal Van delle Sasse. Anche il recupero e il trasporto a valle della salma si rivelano operazioni particolarmente difficoltose, tanto che solamente il 15 settembre può venire sepolta nel piccolo cimitero di Taibòn Agordino. La via tentata inutilmente dal povero De Gasperi viene effettuata nel 1908 dai triestini della “Squadra Volante”, Napoleone Cozzi, Nino Carniel, Alberto Zanutti e Albina Tomasini, nipote e futura sposa del Cozzi. Alle 2 di notte del 17 luglio lasciano la casera per inerpicarsi lungo la selvaggia valle; raggiunta la zona superiore del circo ghiacciato, scalano la bastionata occidentale montando sull’abissale cresta che precipita in Val Civetta. Superato un infido camino ricoperto di vetrato, alle 3 del pomeriggio arrivano sulla sommità nevosa della Piccola Civetta e, anche se rallentati da una fitta nebbia, alle 8 di sera toccano i 3.220 metri della cima principale. Bivaccano nel sottostante Pian della Tenda, ma nella notte e per tutto il giorno dopo, vengono investiti da una violenta bufera; ingaggiata una lotta estrema contro la furia degli elementi e tentata per tre volte la ricerca di una via di salvezza, solo alla sera tardi, stremati ma incolumi, possono arrivare alle case di Maresòn. I fortissimi alpinisti si ripetono con nuove azioni degne di storica nota: vogliono accedere ai due giganteschi pilastri inesplorati, che possenti si stagliano verso il cielo agli opposti margini inferiori della Val dei Cantoni. Quello occidentale, viene vinto per l’articolata parete est, il 16 luglio del 1909 da Cozzi, Zanutti, Carniel e Tullio Cepich con due differenti percorsi di attacco. Quello orientale, esattamente un anno dopo, da Cozzi e Zanutti per una via indiretta che, scendendo dalla parete sud est del Castello della Busazza, con un tratto aereo si collega per cresta con la cuspide finale e monta sulla cima attraverso un difficile camino; dopo quest’ultimo successo, i due pionieri vogliono far da padrini alle torri innominate e, spinti da nobili sentimenti patriottici, le chiamano rispettivamente “Torre Venezia”e “Torre Trieste”.

Prima e dopo questi avvenimenti, nell’agosto del 1907 e del 1911, più o meno sullo stesso terreno delle prime ascensioni da nord ovest, si registrano altre due nuove salite alla cima principale: la prima è del londinese George L.Stewart che, con le guide Pompanin e Summermatter, compie una semplificazione della “Via degli Inglesi”, in pratica la raddrizza centralmente evitando una parte dei lunghi andirivieni; la seconda, di Napoleone Cozzi, Giuseppe Lampugnani e Alberto Zanutti, con difficoltà nettamente superiori e una direzione molto più costante (“Via degli Italiani”). Nel frattempo, il 30 luglio 1910, gli indomiti scalatori Gabriel Haupt e Karl Lömpel, il giorno dopo aver superato la Terza Rocchetta (Torre di Valgrande), scalano in linea retta la verticale parete nord occidentale della Piccola Civetta (“Via dei Tedeschi”); questa grandissima impresa, di concezione ardita e moderna, considerata una delle più difficili arrampicate realizzate sino a quel momento, non vedrà in futuro molte ripetizioni a causa della pericolosità ambientale, delle fessure e camini coperti di ghiaccio, o forse perché porta “solamente” alla seconda cima della montagna. Dopo una complessiva riduzione dell’attività alpinistica conseguente alla Grande Guerra, nel 1925 i tedeschi Emil Solleder e Gustav Lettenbauer superano per primi, in modo diretto, la grandiosa muraglia nord ovest della cima principale. L’insieme delle difficoltà, l’ambiente particolarmente rigoroso e l’altezza superata, ne fanno la prima via di VI grado delle Dolomiti, il più severo banco di prova dell’alpinismo mondiale su roccia in arrampicata libera. Nato a Monaco nel 1899, Solleder ha un’infanzia molto difficile in una Germania devastata dalla guerra. Ritornato in patria dopo un inutile tentativo di far fortuna in America, si deve adattare a lavori pesanti per sbarcare il lunario. Trova conforto e soddisfazione sulle montagne di casa dove, con un duro e costante allenamento, riesce a superare prove sempre più impegnative e, con l’affinamento della tecnica, diventare maestro di sci e guida alpina. Compiute alcune brillanti imprese nelle Alpi del Nord, sente il fascino delle Dolomiti che vuole impazientemente conoscere; dopo alcuni “assaggi” perentori, il 1°agosto del 1925 assieme a Fritz Wiessner, supera senza indugi la repulsiva parete nord della Furchetta (Gruppo delle Odle), insidiata in precedenza da famosi scalatori. Di seguito si porta verso la vallata agordina per vedere quella montagna tanto decantata dai suoi conterranei.

“Sapevo -scrive nel suo diario- che laggiù nel Sud si innalza un erto castello di roccia, la Civetta. Non l’avevo mai vista, ma ne avevo spesso udito parlare. Su quella parete, si diceva, non bisogna mettere le mani. Una muraglia smisurata, scariche terribili di pietre, molto ghiaccio. Tutta una schiera di celebri alpinisti l’aveva tentata invano...” Il giorno dopo, sulla cima del Col di Lana, rimane abbagliato dalla magica visione: ”...emerge dalla nebbia una montagna superba. È uno spettacolo reale? Mai avevo visto nelle Alpi una parete come questa. Ben presto, la gigantesca muraglia, volta a Nord-Ovest, è battuta in pieno dalla luce del tramonto e si spiega allo sguardo nella sua ampiezza regale, coperta fino alla base di neve fresca, veramente degna del tempo e degli sforzi, che già i migliori hanno spesi, per conquistarne la verginale bellezza...” Nella stessa serata, giunto al Rifugio Coldai, incontra casualmente due concittadini, Franz Göbel (o Gaberl) e Gustav Lettenbauer, che gli confidano di esser venuti anch’essi per la grande sfida; i tre si accordano per fare cordata unica e all’alba sono pronti al punto d’attacco. Usciti con difficoltà dalla pericolosa zona basale battuta dai sassi e fatte alcune complicate lunghezze di corda a comando alternato, vengono rallentati da una caduta di Göbel che interrompe la loro progressione; il tempo è volato inesorabilmente e superati trecento metri circa di vergine parete, devono bivaccare per forza. Alle prime luci del mattino, comincia a cadere un’incessante e fastidiosa pioggia che li costringe a sospendere il loro tentativo. Dopo due giorni di forzato riposo, ritemprate le forze e caricata la volontà, decidono di riattaccare senza Göbel che deve rinunciare per curarsi la ferita ad un piede. All’una di notte del 6 agosto, Solleder e Lettenbauer ripartono da un fienile di Maresòn per raggiungere il punto del precedente bivacco. Il tempo è stupendo, l’entusiasmo alle stelle e la cordata procede perfettamente affiatata nonostante l’incognita della nuova zona sconosciuta. Lungo gli oltre mille metri della parete, affrontano (a comando alterno secondo una dichiarazione di Lettenbauer) un intercalare continuo di diedri, camini, strapiombi e acrobatici traversi, nel quale esaltano tutta la loro classe di grandi scalatori teutonici alla continua ricerca della via accessibile. Entrano in una gigantesca gola che segna tutta la parte superiore dell’immenso bastione, un punto molto duro, l’unico dove Solleder deve ricorrere brevemente al sostegno dei chiodi: “La fessura ci portò contro ogni nostra attesa su roccia salda, con mia gradevole sorpresa alcuni piccoli appigli favorevolmente disposti mi consentirono di giungere fino a pochi metri dal fondo della gola. A sinistra scorsi, alla mia portata, un piccolo buco nello strapiombo; tentai d’introdurvi un chiodo; due chiodi semplici risultarono troppo deboli, si piegarono e dovetti ricorrere ad un robusto chiodo ad anello; questo sebbene inclinato verso il basso, tuttavia penetrò nella roccia fino all’anello e costituì l’unico appiglio di questo passaggio”.

Si fermano brevemente per mangiare e proseguono per alcune “facili” lunghezze prima di superare un salto verticale completamente coperto di acqua cadente; simbolicamente è il “battesimo” dell’impresa. Per evitare un altro bagno ghiacciato, affrontano sulla sinistra un muro verticale dove Solleder cede il comando a Lettenbauer che lo conserva per tutto il tratto terminale; le pedule di Emil sono finite a brandelli e deve usare quelle di riserva del compagno che gli vanno grandi. Tra l’altro, lamenta un fastidioso dolore ad una spalla colpita da un sasso. Cominciano a risentire dell’enorme sforzo quando mancano alcune centinaia di metri per uscire in vetta, ma fortemente determinati continuano, disperatamente convinti che la cresta sommitale non può essere lontana; la luce del giorno sta per finire, si profila il rischio di un difficile bivacco... “Improvvisamente -conclude il racconto di Solleder- una cornacchia frullò poco sopra di noi ed un vento freddo ci diede l’annunzio della cima prossima. Scalammo un ultimo pezzo rotto e strapiombante e, nella notte stellata, ponemmo i piedi su un nevaio della cresta nord-est. La parete della Civetta era nostra. La corda cadde a terra per l’ultima volta, poi le nostre mani si trovarono serrate in una forte, silenziosa stretta. Alla luce spettrale, tremolante della lanterna ci avviammo lentamente verso la sommità lontana appena 40 metri dal punto dove eravamo sbucati dalla parete”.

La notizia dell’importante vittoria corre veloce e scuote tutto l’ambiente alpinistico; i nomi di Solleder e Lettenbauer diventano il punto di riferimento della massima difficoltà su roccia e, per un certo verso, l’emblema di un ritrovato spirito nazionalistico tedesco in netta antitesi con quello di altri paesi europei. Prende vigore la manifesta rivalità tra gli esponenti della “Scuola di Monaco” e quelli della “Scuola Italiana”, che caratterizza l’epoca d’oro del VI grado nella quale, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, vede impegnati i più grandi nomi dell’arrampicata e dell’alpinismo. Assieme a quello dei fuoriclasse bavaresi, anche il nome della Civetta corre di bocca in bocca, molti la vogliono vedere, la vogliono conoscere, diventa la montagna prediletta di tanti appassionati che sulle sue pareti effettuano numerose imprese di altissimo livello. Nell’estate del 1927 uno di questi, passando sotto l’immensa muraglia nord occidentale non senza provare un certo senso di sbigottimento e sulla quale, di lí a qualche anno si coprirà di meritata gloria, chiede ad un compagno conosciuto da poco: “Mi sai dire perché si chiama Civetta?” E l’altro, guardandolo con occhio severo, in pacato dialetto veneto gli risponde: “Perché la incanta...”
Quel giovane curioso si chiama Emilio Comici.

Bibliografia:
Giovanni Angelini: Civetta per le vie del passato - Nuovi Sentieri Editore 1977. Alfonso Bernardi (a cura di): La Grande Civetta - Zanichelli 1971. A. Borgognoni e G. Titta Rosa (a cura di): Scalatori - Hoepli 1985. E. Comici: Alpinismo Eroico - Hoepli 1942. Vincenzo Dal Bianco e Giovanni Angelini: Civetta Moiazza - Tamari Editori 1970. Vincenzo Dal Bianco: Civetta. La soglia dell’impossibile - Nuovi Sentieri Editore 2000. Amelia B. Edwards: Cime inviolate e valli sconosciute - Nuovi Sentieri Editore 1991. Paul Grohmann: La scoperta delle Dolomiti 1862 - Nuovi Sentieri Editore 1982. Antonio Stoppani: Il Bel Paese - Agnelli 1876.