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Il
Notiziario n. 34
I primi sulla Civetta
pillole di storia - prima parte
di Roberto Bianchini
Il
grande naturalista Antonio Stoppani (1824-1891), considerato
il padre della geologia italiana, giunto ad Agordo il 17
settembre 1871 per prendere parte al quarto Congresso degli
alpinisti italiani, percorrendo il giorno dopo la strada che
risale il corso del Cordevole, così descrive le bellezze
naturali della Civetta vista da Listolade, allo sbocco della
Val Corpassa:“Un colosso di monte, una tela di ignude
rupi, vedeste mai una montagna più bella e più orrida? È la
Civĭta, detta anche Corpassa, vista da mezzodì, più simile a
un' immensa muraglia diroccata che ad una montagna”. E
nella visione che incontra tra Alleghe a Caprile:“ La
Civĭta è una delle più stupende montagne che io vedessi mai.
Se vista dal lato di sud-est si assomiglia a una gran
muraglia diroccata, ora, guardata dal lato di nord-ovest,
diviene un immenso castello, turrito e merlato. Ma i merli
son rupi, le torri montagne”.
Nella prima
edizione (1876) della poderosa opera dello Stoppani Il Bel
Paese troviamo una spiegazione molto precisa del nome:
Civĭta, ciuĭta, zuĭta, nei dialetti dei paesi sottostanti
alla montagna, voglion dire Civetta; le due varianti, agordina (ciuĭta)
e zoldana (zuĭta) sono ancor oggi dialettamente usate. Diversi
anni prima di quella assemblea, la cima dell'immenso castello
era stata calcata dall'altro versante, quello più mansueto e
arrotondato della Valle Zoldana, ad opera di cacciatori locali
che lo avevano fatto, più per necessità d'inseguire la
selvaggina che per spirito d'avventura alpinistica: Simeone De
Silvestro, “Piovanel”(1833-1905) di Pécol (Zoldo Alto), da solo
o forse con uno o due compagni, era salito in cima alla Zuĭta,
si presume intorno al 1855.
I libri
parocchiali di San Nicolò di Fusine, così citano a proposito
della sua nascita: “Li 28 maggio 1833 - Simeone Francesco
figlio legittimo di Antonio de' Silvestro del fu Pietro e di
Lucia Cadorin di Giambattà, jugali (coniugati), nato
questa notte alle ore una antemeridiane fu tenuto al sacro Fonte
da Apollonia Ballestra-Zorz, moglie di Ballestra-Zorz Andrea
Giacomo fu Andrea, tutti domiciliati a Pecol e battezzato da me
Pre Pietro Zuanelli Coad.re”. Egli eredita dal padre
Antonio, originario di Alleghe e trapiantato a Pécol, il
soprannome di “Piovanel” che ne caratterizza il casato.
Mentre di quest'ultimo, che ha una piccola osteria destinata ad
ospitare occasionalmente i pionieri dell'alpinismo classico,
sono rimaste molte notizie, del Piovanel figlio si sa ben
poco. Anche il grande cultore della storia alpinistica di questa
zona dolomitica, il Prof. Giovanni Angelini, Accademico del
C.A.I. e autentico studioso della Val Zoldana, ha poche
informazioni su di lui; una testimonianza importante la può
avere solo nel 1943 da una vecchia, unica sua parente ancora in
vita. La donna racconta che il Simeone Francesco Piovanel,
figlio unico e avviato a studiare da prete, quasi subito si
toglie la veste da chierico per la passione della caccia. A
vent'anni si sposa con Filomena Colussi Carlett, dalla quale
avrà tredici figli.
Molti anni dopo,
seguendo la caratteristica migratoria delle genti valligiane, si
sposta a Venezia dove apre un negozio di fornaio e dove muore
nel 1905. Secondo questa sua nuora, fu inseguendo un camoscio
che egli, giovane ventiduenne, nel 1855 sale per primo in cima
alla montagna. Il tenace e taciturno cacciatore, che tante volte
ha perlustrato con minuzia il maestoso monte nella limpida luce
del mattino, come sua abitudine parte a notte fonda dalla sua
casa di Pécol; giunge prima dell'alba oltre gli ultimi baranci,
si ferma paziente alle “poste” sotto le mura rocciose per
scrutare la sottostante Porta del Masarè e la cupa
Busa dello Zuitòn. Dopo inutile attesa della preda,
si toglie le scarpe chiodate, le lega attorno al collo e
assicurato ben bene il grande fucile ad avancarica, trova come
superare il primo grande ostacolo di roccia, la Crépa Bassa;
più in alto seguendo il gioco dei colatoi, delle cenge, dei
piccoli campi di neve e delle orme dell'animale che vuole
avvicinare, raggiunge la sella finale; a tal punto non gli resta
che guadagnare il dolce pendio sommitale. Non c'è certezza se vi
salì una o due volte, come non sono noti i nomi dei suoi
compagni; è probabile che appartengano alla gente della parte
più alta dello zoldano, quella che ha maggior dimestichezza con
i monti dominanti.
Una conferma di
questo evento viene data dal racconto di un grande pioniere che
nel 1867, credendo la Civetta ancora inviolata, vuole
affrontarla per essere il primo e che, per l'appunto, dal
Piovanel stesso ha precise informazioni su di essa: è
l'inglese Francis Fox Tuckett (1834-1913) accompagnato dalle
famose guide svizzere Melchior e Jakob Anderegg.
Così il Tuckett
inizia il racconto di quella salita , riportato dall' “Alpine
Journal” 1868, vol. IV pag. 42-43: ..... “ il 30 maggio
arrivato a Pecol con alcuni miei amici, sigg. Blackstone, Howard
e Hare, e le nostre guide Melchior e Jakob Anderegg, presi
alloggio presso l'osteria di Antonio de Silvestro. Accompagnai
gli amici nella loro via verso Caprile fino alla sommità del
Passo di Coldai, mentre gli Anderegg avevano impiegato il tempo
della mia assenza, per esplorare la Civetta e riconoscere i suoi
sentieri che attraversano i boschi alle pendici più basse del
monte. Ritornato dalla mie guide, alla sera arrivò il figlio del
nostro oste che ci informò che egli aveva già raggiunto con uno
o due compagni la cima della montagna. La nostra salita sembra
dunque la prima fatta da un turista”
Dal diario
personale dello stesso Tuckett si legge: “Maggio 31.
Svegliati alla 12,30 e alla 1,30 partiti per la Civetta. Alle
4,20 raggiunte le rocce, alle 5,15 dopo arrampicata
alternativamente su roccia e neve, fermati per la colazione.
Vista superba, nebel (nebbia) in alcune vallate, ma le cime
tutte chiare. Alle 6,10 su di nuovo e alle 7 raggiunta la
sommità. Superba vista - Caprile, Alleghe, Glockner, gruppo
dello Zillerthal, Orteler, e tutte le cime fino all'Adamello,
ecc. Alle 8 via di nuovo, al piede delle rocce alle 9,20, e alle
9,50 fermati sulla roccia sotto la neve per mangiare. Alle 10,30
su di nuovo e alle 12,30 raggiunto Pecol”.
Dopo questa
ardita impresa, nell'estate dello stesso anno entra in gioco un
altro ben noto pioniere dell' '800, l'austriaco Paul Grohmann
(1838-1908). Anch'egli mira alla cima del monte, ignaro di
essere stato da poco preceduto. A Forno di Zoldo, presso il
piccolo albergo del signor Cercenà, viene a conoscenza che nel
maggio precedente, il “turista” F.F. Tuckett con le sue guide ha
già compiuto l'ascensione. Lo consigliano che, per il suo
tentativo, gli conviene partire dal paese che sta più in alto
nella valle, dove può trovare alloggio presso l'osteria di
Antonio De Silvestro, il padre del giovane cacciatore che aveva
già “guidato” l'inglese sulla Civetta e che avrebbe potuto fare
da guida anche a lui, poiché conosce bene la montagna.
La relazione
alquanto scarna dell'alpinista viennese nella sua
rappresentazione dolomitica “Wanderungen in den Dolomiten”
non consente di ricostruire esattamente il suo itinerario
del 14 agosto fatto con il Piovanel. Dopo aver descritto
la giovane guida “uomo piacevole e tranquillo”, così
continua: “... all' inizio non si presentarono situazioni
particolari, ma in seguito Simeone si tolse le scarpe, esempio
che anch' io tosto seguii. Noi ci arrampicammo aggirando uno
spigolo e salimmo sopra una parete bassa ma quasi verticale.
Simeone disse che questa era la via più breve. Allorchè si è
raggiunta la forcella verso Val della Grava, anche la principale
difficoltà è già superata. La cima è a destra sopra di noi e
viene raggiunta di qui in una buona mezz'ora. Noi avevamo
impiegato 5 ore e ¾ da Pecol fin su. Io trovai qui le tracce di
Tuckett in forma di un biglietto con il suo nome e quello delle
sue guide Melchior e Jakob Anderegg, 31 maggio 1867”. La
testimonianza della lontana parente, le preziose e sicure
informazioni fornite alla spedizione del Tuckett e la facilità
con la quale il Piovanel conduce sulla cima il Grohmann,
inducono a credere, anche se non documentato, che probabilmente
il giovane cacciatore zoldano sia stato il primo in assoluto.
Alle prime due
ascese alpinistiche del Tuckett e del Grohmann, fa seguito
sempre nello stesso anno, quella di Giovanni Battista Pezzè
(1838-1914) di Caprile. Figlio di Luigi e di Giovanna Giolai,
appartiene ad una famiglia ben nota nella zona per motivi
patriottici ed anche perché la madre del Pezzè, la brava
signora Giovanna, possiede in paese il buon
“Albergo alle Marmolate”, dove ospita in tempi diversi, i
principali escursionisti dell'epoca; tra i tanti, troviamo i
celeberrimi Josiah Gilbert e George C. Churchill autori di
“The Dolomite Mountains” e la viaggiatrice Amelia
B.Edwards di passaggio nei suoi vagabondaggi di mezza estate
nelle Dolomiti. Il giovane Pezzè, studente d'ingegneria a
Padova, nel 1859 scoppiata la guerra con l'Austria, accorre
volontario per arruolarsi nell'esercito piemontese. Garibaldino
dei Mille, combatte a Calatafimi e sul Volturno, viene promosso
sul campo sottotenente del genio, tenente nel 1865, capitano nel
1873. Dopo l'annessione del Veneto all'Italia, nel 1867 ritorna
a Caprile dove ha notizia dell'ascensione compiuta dal Tuckett;
forse mosso d'amor patrio, vuole dar prova di coraggio e metter
anch'egli piede sulla cima tanto agognata. Non si sa chi gli è
compagno nell'impresa, se ancora una volta il Piovanel
stesso, o il compaesano e coetaneo Clemente Callegari, che negli
anni seguenti diventerà “guida raccomandata” per la Civetta.
Per vedere
qualcuno raggiungere la vetta dalla parte meridionale o nord
occidentale del monte, tanto care allo Stoppani, bisogna
aspettare quasi trent'anni; dopo un' importante fase
preparatoria di topografi e mappatori, è l'antesignano agordino
Cesare Tomè (1844-1922) che vi svolge un ruolo fondamentale,
diffondendo anche oltre confine le sue conoscenze con scritti e
relazioni. Un'intensa attività la sua, che però non lo porterà,
prima di altri, al successo tanto voluto.
Dopo alcuni
infruttuosi progetti, il primo tentativo concreto di assalto dal
lato del Cordevole, ambientalmente e alpinisticamente più
difficile di quello zoldano, avviene l'8 luglio 1895 da parte di
una cordata composta dai triestini Pietro Cozzi e Vittorio Polli
condotti dalla celebre guida Michele Bettega e da l'allora
portatore Santo De Toni. Attaccano la montagna in corrispondenza
della verticale calata dalla massima depressione della cresta,
tra la Piccola Civetta e l'attuale Cima De Gasperi, mirando alla
depressione stessa. Dopo nove ore di scalata, superati circa 600
metri di parete e pervenuti all'altezza di 2.650 metri, sono
respinti da un camino estremamente lungo e difficile, obbligati
a scendere e costretti a bivaccare durante la discesa. Pietro
Cozzi, di origine friulana, non è parente, ma solo omonimo e
consocio nella Società Alpina delle Giulie, di Napoleone Cozzi,
l'irredentista triestino, patriota e pittore, che con gli amici
della “Squadra Volante”, Alberto Zanutti, Nino Carniel, Tullio
Cepich e Giuseppe Marcovigh salirà sulla Civetta stessa, sulle
Dolomiti e soprattutto sulle Prealpi Carniche, quanto vi è di
più inaccessibile per questi tempi.
Dopo circa un
mese e mezzo, è la volta risolutiva con una delle coppie più
famose dell'alpinismo di fine secolo: gli inglesi A. G. S.
Raynor (1863-1935) e J. S. Phillimore (1873-data scon.)
accompagnati dalla guida cortinese Antonio Dimai e da Giuseppe
Siorpaés (figlio di Santo) di Schluderbach (Carbonin). Il 23
agosto alle 2 del pomeriggio s'incamminano da Alleghe e
raggiungono la Val Civetta. È con loro una guida locale,
Agostino Soppelsa, che ha l'incarico di portatore e il compito
di salire, il giorno dopo, sulla cima lungo la via normale per
aspettarli con viveri e scarponi di ricambio. Bivaccano
all'aperto confortati da un grande fuoco; sono a circa un
chilometro dalle rocce, molto spostati a destra rispetto alla
verticale della vetta. Verso le 5 e mezza iniziano
l'arrampicata, guidati magistralmente dal Dimai. Il percorso è
molto articolato con grandi e continui zig-zag, seguendo le
cenge, i colatoi e lambendo due piccoli nevaietti mediani. Per
lunghi tratti la roccia è friabile e devono procedere con
opportuna prudenza. Alle 7.30 si fermano per una frugale
colazione; scalato un difficile camino alto circa 28 metri e
superate rocce molto pericolose, traversano un' insidiosa lingua
di ghiaccio dove la guida cortinese è costretta ad intagliare 30
gradini in posizione molto precaria. Dopo un' ultima diagonale
sotto una parete rossa, il percorso diventa meno impegnativo.
Prima di un altro camino, rossiccio e strapiombante, il Dimai
cede il passo al giovane Siorpaés che conduce la compagnia sulla
cresta sommitale. Sono circa le 2 e dopo una sosta per
riprendere fiato e mangiare, alle 3.10 raggiungono la cima sud
del monte. Costruiscono un ometto (come in altri tre punti
importanti della scalata) e superata la forcella che divide le
due cime, alle 4.25 si uniscono al Soppelsa che li aspetta su
quella principale.
Alla fine della
loro dettagliata relazione, riportata da “Mittheilungen des
Deutschen und Oesterreichischen Alpenvereins”1896, vol. XXII,
n.1, pag.1-4, si può leggere: ....” Eravamo tutti esausti
della difficile arrampicata di 12 ore, di cui avevamo impiegato
11 ore sulle rocce e solo 1 ora per i riposi; ma persino la
sosta sulla cima, così piena di godimento e tanto desiderata, fu
da noi sostanzialmente abbreviata in considerazione dell'ora
inoltrata. Già alle 4.45 abbandonammo la cima e portammo a
termine alle 9.15 la discesa per la via comune, in un certo modo
noiosa dopo una giornata così ricca di forti impressioni, a
Mareson, dove pernottammo”. Nella stessa pubblicazione si
può trovare anche un giudizio comparativo che il Dimai esprime
sulla salita; afferma di aver compiuto due ascensioni ancora più
difficili di questa, la diretta del Cimon della Pala di S.
Martino per la parete sud e una fantastica via sul Sass Maor. Il
giorno dopo, essi raggiungono Caprile dove la notizia del loro
successo è già arrivata; sono accolti da spontanee dimostrazioni
di entusiasmo da parte della gente e del personale dell'albergo
“Alla Posta” dal quale, giorni prima, erano partiti.
Nel 1896, Cesare
Tomè accompagnato dai fratelli Conedera (i “Bèca”), sue guide
predilette di quel periodo, raggiunge la “Civetta di Mezzodì”
(Piccola Civetta) dal Van delle Sasse per una nuova via, ma
viene fermato da una tormenta di neve che gli impedisce di
proseguire verso la cima principale. Continua le sue
esplorazioni anche l'anno dopo e, dalla Forcella delle Sasse,
sale la vetta con la guida Santo De Toni e il portatore
Farenzena, lungo lo sperone sud est attraversando le Punte 3.018
e 3.130, dimostrando la possibilità di poter accedere senza
grandi difficoltà dal versante meridionale, cioè dalla Val
Corpassa. Nonostante la valenza e l'ardire di questi uomini,
alcuni problemi rimangono temporaneamente irrisolti; per avere
una via diretta lungo la grande parete nord ovest bisogna
aspettare fino al 1925, data che segna un evento fondamentale
nella Storia dell'Alpinismo.
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