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Il
Notiziario
n. 34 Raffaele "Biri"
Carlesso
ricordato a cento anni dalla nascita
a cura della Redazione
Raffaele
“Biri” Carlesso, è stato uno dei massimi esponenti
dell'Alpinismo Italiano e internazionale nel periodo
d'oro del VI grado, quel ventennio a cavallo delle due
guerre mondiali nel quale maggiormente si è espressa la
rivalità tra i grandi alpinisti austro/tedeschi della
“Scuola di Monaco” e quelli nazionali della “Scuola
Italiana”, per il raggiungimento e superamento della massima
difficoltà dell'arrampicata su roccia. A questo eccezionale
alpinista di casa nostra, la Sezione ha creduto opportuno
dedicare un significativo ricordo che possa tramandare i
valori morali e il forte sentimento di rispetto per la
montagna che egli ha sempre manifestato. Il 15 settembre,
esattamente ad un secolo dalla nascita, gli è stata
intitolata la palestra naturale di roccia di Dardago, che
nel lontano 1928 aveva “scoperto”con l'amico e compagno
sacilese Renzo Granzotto come luogo di allenamento in
preparazione di future imprese dolomitiche. Alla presenza
della figlia Paola e dei familiari, del Sindaco di Budoia,
del Presidente C.A.I. di Pordenone e di molti appassionati,
la cerimonia si è conclusa con la celebrazione della S.Messa
nella duecentesca Chiesetta di S. Tomè. Il 27 novembre è
stata esposta nella Sala Riunioni della nostra Sede una
mostra fotografica di rare e suggestive immagini della sua
vita e scoperta una targa che dedica la sala al nome
dell'illustre scomparso. In serata, nel Palazzo del Comune
di Pordenone, l'evento celebrativo è continuato con la
presentazione di un libro su “Biri” Carlesso, curato
dai Soci Roberto Barato e Roberto Bianchini, edito per
l'occasione dalla Sezione con il contributo
dell'Amministrazione Comunale. Dopo i brevi discorsi del
Sindaco, Sergio Bolzonello e del Presidente sezionale
Gabriele Remondi che hanno evidenziato l'eminente figura
dell'alpinista, ha preso la parola lo scrittore Luciano
Santin, conduttore dell'incontro; dopo aver richiesto ai due
curatori alcune indicazioni sui contenuti e sulla formazione
del libro, ha esposto in modo dettagliato la poco conosciuta
biografia di Carlesso, che di seguito riportiamo:
Nato a Costa di Rovigo il 15 settembre 1908 e
trascorsa la prima infanzia a Vittorio Veneto, con la famiglia
si trasferisce nel 1920 a Pordenone dove il padre Pietro comanda
la locale stazione dei Carabinieri. Fin da piccolo sente una
forte passione per la montagna e inizia a salire da solo o con
qualche amico sulle varie cime del Monte Cavallo. A 15 anni
entra come apprendista operaio nel Cotonificio Veneziano, a 17 è
nominato assistente ai telai, studia alle scuole serali per
ottenere il diploma tecnico commerciale. Nel 1925 si iscrive
nella Sezione pordenonese del C.A.I. appena fondata e comincia
un'attività che continuerà per tutta la vita; nello stesso tempo
svolge sulle nevi del Friuli Occidentale un vero e proprio ruolo
di pioniere dello scialpinismo e dello sci da fondo. Apprese da
Vittorio Cesa De Marchi e Arrigo Tajariol le prime nozioni
dell'arrampicata, si rivela da subito scalatore di gran talento:
il 19 settembre 1926 partecipa, assieme ad un gruppo di
alpinisti veneti e friulani, alla posa della celebre campana
sulla vetta del Campanile di Val Montanaia. A soli 19 anni
comincia ad aprire una serie di nuove vie sulle Prealpi
Carniche: Cimon dei Furlani, Cimon del Cavallo, Col Nudo,
Duranno, Campanile Pordenone (salito in prima assoluta) ecc.;
gli sono compagni nelle prime, nelle varianti e ripetizioni i
più bei nomi dell'alpinismo locale di allora. Chiamato alla leva
nel 1929 e assegnato all' 8° Regg. Alpini di Tolmezzo, viene
nominato istruttore militare di roccia; con il suo capitano
Marco Tessari, apre una via nuova sul Creton di Culzei, sulla
parete nord della Croda dei Toni e sulla nord est di Cima Bagni.
Rimane esemplare un suo intervento di soccorso mentre si trova
in esercitazione estiva nel gruppo delle Tre Cime di Lavaredo:
due alpini sono in pericolo di vita perchè incrodati e sorpresi
da una bufera di neve; mentre si organizzano i soccorsi,
“Biri” parte e, da solo in piena notte, riesce a
raggiungerli, portarli miracolosamente in salvo correndo il
forte rischio di morire assiderato.
Dopo pochi giorni di ospedale, rientra in
reparto e viene premiato davanti alla compagnia schierata con un
encomio ufficiale, 100 lire e una licenza di 15 giorni. Per la
sua lodevole attività, nel 1931 a soli 23 anni, il più giovane
d'Italia, viene ammesso a far parte della sezione Accademica del
C.A.I.. Nel 1932 si sposta temporaneamente a Schio per lavorare
alla Lanerossi e poi a Valdagno come caposala del Lanificio
Marzotto. Anche sulle Piccole Dolomiti Vicentine si dedica
all'arrampicata nei pochi momenti di tempo libero, ma ciò non
toglie che possa effettuare memorabili e difficilissime salite
con apertura di nuove vie sul Baffelan, sulla Sibelle, sul
Soglio Rosso, sul Soglio d'Uderle, sul Campanile di Fontana
d'Oro ecc. Si adopera in altri interventi di soccorso per
salvare alpinisti in difficoltà nelle Pale di S.Martino, dove
non riesce purtroppo a salvare il povero Paresi, e nel Gruppo
del Sassolungo dove presta aiuto ad un gruppo di tedeschi
infortunati e dispersi durante una bufera. Nel 1934 e 1936 le
sue imprese più famose: con Bortoli Sandri la prima scalata
della parete sud della Torre Trieste e con Mario Menti la prima
sulla nord ovest della Torre di Valgrande ambedue nel gruppo
della Civetta. In particolare, la salita della Trieste è
considerata una delle più difficili di tutto l'arco alpino e in
quel momento rappresenta il massimo grado di difficoltà su
roccia mai raggiunto; un'impresa del tutto straordinaria in
considerazione del periodo e dei mezzi tecnici con cui è stata
effettuata. Si pensi solo che questa via verrà ripercorsa la
seconda volta nel 1951, a ben 17 anni di distanza. Per questa
azione di grande rilievo, nel luglio del 1935 a Roma, unico
alpinista del gruppo orientale, gli viene consegnata la Medaglia
d'Oro al Valore Atletico. Nel 1936, per un breve periodo viene
richiamato alle armi presso la Scuola di alpinismo di Aosta,
dove gli sono compagni Chabod, Gervasutti, Boccalatte, Scalet e
le Guide Alpine del Gran Paradiso e di Courmayeur. Dopo
l'esperienza fatta sulle Occidentali, progetta l'inviolata
parete nord dell'Eiger con Sandri e Menti; le conseguenze di un
“volo” ritardano il suo allenamento, i due compagni partono
ugualmente ma durante il loro tentativo vengono tragicamente
spazzati via da una valanga di neve e pietre.
Nell'arco di tempo fino al 1938, Carlesso
effettua tra i primi, la ripetizione delle più difficili scalate
storiche dell'epoca, anche con varianti, sulle Tre Cime di
Lavaredo, sulla Civetta, sulle Tofane, sulle Pale di S.Martino,
sulle Dolomiti di Sesto, su quelle d'Oltre Piave; difficile
conoscere l'identità e la quantità di tutte le sue imprese,
visto che non tiene un diario, un elenco e non lascia niente di
scritto, nemmeno la relazione delle vie nuove. Durante questa
incessante operosità, numerosi e pregevoli i nomi dei suoi
compagni; oltre a quelli già nominati ne citiamo soltanto alcuni
in ordine di tempo: Maddalena, Marchi, D'Andrea, Soravito, Tissi,
Andrich, Castiglioni, Soldà, Beltoldi, Casetta, Vinatzer, Demuth.
Si sposa a Schio nel 1940 con la recoarese Mariuccia Ciprian,
nel 1941 nasce la figlia Paola; subito dopo si trasferisce in
Sardegna alla direzione di una fabbrica di coperte e tessuti per
l'esercito. Rientra a Pordenone nel 1946 dove avvia un commercio
tessile che si sviluppa e diventa fiorente. Anche se gli anni
più belli sono già passati, la sua grande passione per la
montagna non si affiovolisce, anzi riprende con gran vigore; nel
1958 segna una via nuova sul Campanile del Rifugio, nel 1961 una
difficilissima sugli strapiombi della parete est del Campanile
di Val Montanaia con lo “Scoiattolo” Maurizio De Zanna e poi
ancora ripetizioni importanti come la direttissima
Hasse-Brandler sulla nord della Grande di Lavaredo, la Cassin
sulla nord della Ovest, a 70 anni per l'ennesima volta la Comici
Dimai sulla nord della Grande di Lavaredo, a 80 anni la diretta
Dimai e la direttissima degli “Scoiattoli” sulle 5 Torri d'Averau.
Fino alla fine dei suoi giorni un'esistenza dedicata al lavoro,
alla famiglia, alla montagna. Dopo aver ricevuto importanti
riconoscimenti come Il Premio S. Marco nel 1972, L'Agordino
d'Oro nel 1987 e il Premio Papa Leone I° Magno nel 1994,
all'Assemblea dei Delegati di Cuneo nel 1996 gli viene conferita
la Medaglia d'Oro del Club Alpino Italiano. Si spegne il 1°
Maggio del 2000, a quasi 92 anni, presso il Policlincico
S.Giorgio di Pordenone.
Luciano Santin, nell'elencare minuziosamente
le mirabili imprese di Carlesso, ha messo in luce la capcità di
effettuarle, con pochissimi mezzi, con sacrifici e rinunce.
Persona modesta, caratterizzata da uno spirito intimo e
discreto, non ha mai propagandato quello che ha fatto e forse
anche per questo non è stato messo in risalto da una certa parte
dall'ambiente alpinistico come avrebbe meritato. Ha sottolineato
come il “Biri” sia stato, tra l'altro, un antesignano di
soluzioni e movimenti dell'arrampicata usati oggi nel free
climbing , di un allenamento fisico specifico, di una
tecnica di respirazione che si fa oggi nello yoga, dell'uso
degli scufoi evoluti poi nelle moderne scarpette
d'arrampicata. Dopo l'interessante intervento dello scrittore,
hanno fatto seguito alcune originali testimonianze di ospiti
illustri come gli “Scoiattoli” di Cortina, Lino Lacedelli (primo
salitore del K2), Lorenzo Lorenzi e Marco Da Pozzo, l'alpinista
vicentino Franco Perlotto e l'Accademico Claudio Carratù. Al
termine dell'incontro, sono state proiettate numerose immagini
di Carlesso e un'intervista televisiva che ha rilasciato all'età
di 88 anni nella quale, commentando le scalate della Trieste e
della Valgrande, si è espresso con un'eloquente grinta come
avesse ancora i vent'anni di allora.
Al termine di questo nostro pensiero su di
lui, vogliamo riportare una frase che Raffaele Carlesso ha
dedicato alle nuove generazioni: “l'alpinismo è una passione,
una grande passione. Non si deve andare in montagna né per
agonismo, né per ambizione. Uno deve sentirsi attratto dalla
montagna e allora le vorrà bene e la rispetterà e ne riceverà
grandi benefici. L'alpinismo è una educazione fisica e morale, è
una grande scuola di vita.” |
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