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Il
Notiziario n. 36
Il Messaggero
di Said & B.
Era il 1987, mi trovavo nella zona montagnosa
del Kurdistan. Per disgrazia del destino, all’età di soli 19
anni ero costretto ad affrontare una guerra sicuramente non
voluta da me o dalla mia generazione. Dopo aver combattuto per
un anno con le prime linee nel sud dell’Iran, ero stato
trasferito nella zona kurda del sud-ovest; il mio campo base si
trovava in una zona circondata da montagne e colline. Ero
responsabile dell’infermeria, se può essere chiamata così,
perché in effetti si trattava di una specie di buco che avevo
scavato alla base di una collina dove custodivo i pochi
medicinali a mia disposizione. Quell'anno l'autunno si
presentava meno mite rispetto ai precedenti, le foglie secche
dei pochi alberi che c'erano cavalcavano un vento più freddo del
solito. Per me ed i miei compagni il cibo scarseggiava e
purtroppo l’unica “melodia” che si poteva sentire era il
fastidioso gorgoglio dei nostri stomaci; cercavamo di
arrangiarci in ogni modo possibile. Di solito, da mangiare ci
portavano un tipo di piadina circa tre volte più grande del
normale e quasi sempre con il bordo poco cotto; al primo momento
ne mangiavamo solo la parte interna, ma, come l'esperienza ci
aveva insegnato, non sprecavamo niente, così come le molliche di
pane che tenevamo da parte per i giorni di magra, custodite in
un sacchetto appeso al soffitto della camerata con due funi che
si aprivano ad angolo per salvaguardarlo da topi indiscreti. In
un giorno piovoso in cui stavo sdraiato sulla mia brandina
qualcosa attirò la mia attenzione. “Porca miseria -mi dissi- non
è possibile!” Un topolino, con movenze funambolesche, si
cimentava nel suo numero migliore per raggiungere quel sacchetto
e ben ci riusciva scendendo da una fune, entrando nel “nostro
tesoro” e risalendo l'altra corda velocemente con il boccone fra
i denti. Da quel momento o forse anche da prima, ci toccava
condividere ingiustamente quel poco cibo che c’era! Non lo so se
quei roditori avessero la percezione che tra gli umani c’era una
guerra in corso, però fra noi e questi piccoli nemici s'era
instaurata una vera battaglia per i miseri alimenti a
disposizione.

In una bella giornata calda e assolata, presi
le mie cose per portarle a lavare nel ruscello che si trovava
all'esterno del campo. Era severamente proibito uscire per
motivi di sicurezza, ma dopo settimane e settimane vissute nella
sporcizia, non vedevo l'ora d' indossare qualcosa di pulito. Con
tutte le precauzioni del caso, presi la mia arma in dotazione e
bene attento di non essere visto o seguito, imboccai la strada
che portava in quel luogo; il fiumiciattolo s'incuneava tra
formazioni rocciose sparendo di tanto in tanto tra di esse.
Arrivato sul posto, iniziai l'operazione immergendo i miei
indumenti nell'acqua gelida. Assorto nei miei pensieri,
d'improvviso sentii degli strani rumori e più precisamente degli
sciacquii provenienti da dietro le rocce. In una frazione di
secondo mi ficcai dietro una sporgenza, sdraiato per terra, con
il cuore che batteva a mille. Chi poteva essere? Forse il nemico
che si avvicinava per un'imboscata? Avanzato di qualche metro e,
coperto da un altro masso per migliorare la mia visuale, con la
schiena poggiata alla nuda pietra, mi accorsi che un brivido mi
stava correndo lungo la schiena, ma non riuscivo a distinguere
il freddo della roccia dal freddo provocato dalla paura...! Mi
sentivo vulnerabile, terribilmente solo e fuori dal territorio
della nostra fazione. Cercai di farmi coraggio ed avanzare di un
altro metro per scoprire il motivo di quella pericolosa
situazione.
Sorpresa! Non potevo credere ai miei occhi!
Era un'anatra che aveva fatto quel rumore! Un' insignificante
anatra selvatica che si godeva l'acqua fresca sguazzando
chiassosamente! Durante i cinque mesi che ero in quella zona non
avevo mai visto un volatile di quel tipo; si era forse perso dal
suo stormo? In quei momenti di sollievo, il mio stomaco mi
ricordò che non tutti i mali vengono per nuocere... davanti a me
si figurava un bel piatto di anatra allo spiedo...e pensai:
“Oggi festeggeremo!” Mi avvicinai strisciando sulla ghiaia, ma
il pennuto si accorse della mia presenza; ci fu un attimo di
silenzio mentre ci guardavamo negli occhi da breve distanza. Non
mi potevo muovere e l'anatra mi fissava, pronta a spiccare il
volo e con essa l'ambito e succulento pranzo. Non c’era tempo da
perdere, presi il fucile e mirai, ma fu più veloce di me
allontanandosi con un volo fulmineo. “Diamine che occasione
persa...! Noo! Non posso rinunciarci.” mi dissi e incominciai ad
inseguirla. Per mia fortuna, volava sul percorso del ruscello ed
allora mi misi a rincorrerla il più veloce possibile mentre
spariva dietro le curve. Nello stesso tempo dovevo stare molto
attento perché c' era il rischio che il cacciatore diventasse
preda. Mi trovavo infatti nella “terra di nessuno” ed il nemico
poteva essere nascosto in qualsiasi punto, era una zona
estremamente pericolosa. Come me, anche gli Iracheni o i Kurdi
potevano penetrare in quella striscia di terra. Ogni volta che
giravo una curva del ruscello, rallentavo la mia corsa
perlustrando con attenzione il territorio circostante e
riprendere poi l’inseguimento. Erano già trascorsi 40 minuti
dall' inizio di quella competizione, quando d' improvviso da
lontano sentii un rumore e, manco a dirlo, era stata di nuovo
l'anatra a provocarlo.
Dopo averla persa di vista, finalmente
l'avevo ritrovata ma era troppo lontana e per giunta
completamente allo scoperto; se mi fossi avvicinato camminando
mi avrebbe visto di sicuro. Misi allora in funzione la tecnica
del “passo del leopardo”per spostarmi da un masso all'altro.
Dirlo è facile, farlo è un altro discorso, più che un leopardo
sembravo un serpente che imitava un varano; cercando di non
strisciare sulla ghiaia per non far rumore, arrivai a circa
quaranta metri dal “mio” pennuto, più di così non potevo
espormi. Imbracciai il fucile e presi la mira... non potevo
assolutamente sbagliare avendo solo un colpo a disposizione
dovendomi poi allontanare immediatamente dalla zona prima che il
nemico, quello vero, mi potesse individuare. “Ok, ci siamo”
pensai. All’improvviso sentii un fracasso dietro di me e mi
girai di colpo per vedere cosa stesse succedendo... niente di
speciale, solo una roccia che stava scivolando frantumandosi.
“Ma che fortuna oggi (sic)!” mi dissi e guardando ancora verso
l'anatra mi accorsi che, forse spaventata da quel rumore, per la
seconda volta stava scappando; in un attimo mi alzai in piedi e
ripresi a rincorrerla. Per accorciare la strada, mi diressi
verso alcune collinette, ma l'uccello era avvantaggiato dal suo
volo mentre io potevo contare solo sulle mie gambe, anche se i
miei anni di allenamento in arti marziali stavano dando il loro
risultato. Dalle cime di quelle alture, mentre correvo, potevo
controllare la sua posizione e i suoi spostamenti, quando
l'avvicinavo e l'avevo quasi a portata di tiro scendevo dalle
collinette per seguirla lungo il letto del ruscello.
Era già tanto tempo, ore e ore, che durava il
mio inseguimento, ero stanco, sudato, affamato e arrabbiato, ma
perché mai mi dovevo trovare in una situazione così
difficile...? In una guerra poco più che ragazzo, lontano dalla
famiglia e dagli affetti, in un territorio ostile e povero che
non aveva niente da condividere con il luogo in cui ero
cresciuto...? Dalla mia casa, fin quasi all'orizzonte, si
potevano vedere moltissimi campi verdi, una miriade di alberi
rigogliosi e un bellissimo e brillante mare azzurro... Invece
adesso, mi trovavo in una zona brulla con un inverno rigidamente
freddo, l'estate di un caldo torrido e senza anima viva per
tantissimi chilometri al di fuori di quell'anatra indiavolata
che non aveva la minima intenzione di farsi prendere. In quel
preciso istante pensai: “Ormai son passate tante ore da quando
ho lasciato il mio reggimento e devo tener conto di quelle che
dovrò impiegare per tornare indietro... Spero non si siano
accorti della mia assenza altrimenti sarò in un bel guaio!” Tra
un pensiero e l'altro, la vidi di nuovo diretta verso la cima di
una montagna e fui costretto a riprendere la mia corsa questa
volta tutta in salita. Al primo momento sembrava un terreno
abbastanza agevole, ma metro dopo metro diventava sempre più
ripido e senza alcun segno di sentiero.
Le rocce friabili si
sgretolavano sotto i miei piedi ma io non mollavo assolutamente,
era proprio diventata una guerra del tutto personale; ad un
certo punto guardai dietro di me e mi accorsi che la
pericolosità del terreno non mi permetteva di tornare indietro,
dovevo assolutamente andare in su, sperando che dalla cima ci
fosse un modo sicuro per poter scendere. Dopo circa un'altra ora
di estrema fatica... ecco gli ultimi passi, ero stanco morto ma
finalmente in cima... Ma l'anatra dove si era cacciata ...?
Eccola a soli venti metri da me! La puntai attraverso il mirino
e con la mente le intimai: “È arrivata la tua ora, siamo alla
resa dei conti!” Feci una leggera pressione sul grilletto per
sparare, ma lei, con mia comprensibile sorpresa, stranamente
aprì le ali! “Ma cosa sta facendo -mi chiesi- si sta forse
arrendendo?” E guardai nella direzione segnata dalle ali,
continuando a pensare “ no! non è un segno di sottomissione, mi
sta indicando qualcosa, perbacco!” Misi a terra il fucile e mi
guardai attorno: “Incredibile! Incredibile! Ma dove cavolo sono
capitato...?”
E solo allora mi resi conto di trovarmi al
centro di un panorama mozzafiato, con magnifiche montagne
rocciose dipinte di rosso e una vallata che si stendeva
all'infinito. Una leggera brezza mi accarezzava il viso, mentre
il sole, che stava tramontando, irradiava i suoi ultimi raggi
sulle possenti pareti come preludio di una buona notte. Fui
costretto a chiedermi dove finora avevo avuto la testa per non
essermi accorto di tutta quella magnificenza. Stavo vivendo un
vero e proprio momento di estasi e di fronte a quelle meraviglie
mi sentii miserabile e piccolo come un granello di sabbia nel
deserto. C'era un silenzio irreale, la mia mente si arrendeva ed
il mio cuore si apriva nell' ebbrezza di quell'attimo, mi sembrò
proprio che quella straordinaria natura e le montagne mi
stessero parlando: “Benvenuto forestiero! Noi da milioni di anni
siamo qua e, dopo di voi uomini, sopravviveremo per molti altri
milioni di anni. Pur essendo piantate sulla Terra, noi siamo
libere e non apparteniamo a nessuno. Siamo testimoni silenti
della storia e abbiamo vegliato con rammarico sull'agonia dei
vinti e sulla gloria passeggera dei trionfatori. Ci avete dato
dei nomi, ci avete confinato in Stati diversi, ma voi non ci
possedete, voi che siete solamente passeggeri temporanei di
questa giostra chiamata Terra. Non siamo vostre oggi, nemmeno lo
saremo domani, né con le vostre guerre, né con le vostre
insidie...”
Mi lasciai trasportare da queste riflessioni
reali e veritiere che toccavano ogni fibra del mio essere, ma
contemporaneamente pensai anche all'anatra: “Che fine avrà
fatto?” mi guardai attorno, ma di essa non c'era alcuna traccia.
Un lieve sorriso scaturì dal mio viso, in fondo ormai che motivo
avrebbe avuto di restare? Aveva già assolto il suo prezioso
compito di messaggero e di guida, conducendomi sui sentieri
della ragione e della consapevolezza. Forse un anatra non è mai
esistita, o forse sí, ma ormai cosa importa visto che il
significato è un altro, molto molto più profondo. In quel
lontano giorno, inseguendo un bene palesemente apparente
pensando alle necessità del mio corpo, solo la mia anima, così
ottusamente combattuta, aveva tratto un grande beneficio.
Guardai verso il sole che mi baciava con gli ultimi raggi,
mentre la notte stava per stendere nel cielo un'enorme tenda
tutta stellata. L' insidiosa strada del lungo ritorno mi stava
aspettando, come l' ho percorsa non lo racconto perché è tutta
un'altra storia... |
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