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Il
Notiziario
n. 36 Pubblico o
privato
di Francesco Carrer
Molto spazio negli ultimi tempi ha occupato
un dibattito che investe in profondità le radici stesse del
Sodalizio; sempre più pressante si aggira il quesito che, in
sintesi, recita: il Club Alpino italiano deve rimanere Ente
pubblico non economico, come attualmente si configura, o è
preferibile perseguire la sua trasformazione in associazione
privata?
La domanda non è nuova; in passato più volte i
dirigenti centrali e i delegati si sono impegnati in complessi
dibattiti che toccarono, direttamente o indirettamente, la
questione. Poiché come tutti ben sanno nulla accade
fortuitamente, è opportuno chiarire che, in tempi più recenti,
la querelle si è posta con maggior forza a seguito delle
normative emanate dallo Stato in materia di enti pubblici,
diventate via via più stringenti, sugli equilibri del bilancio,
sui limiti di spesa, sulla gestione del personale, sulla
riduzione dei finanziamenti statali. In ultimo, il decreto legge
n.11 del 2008 (il famoso decreto “taglia-enti”) sembrava imporre
il cambiamento dall’alto e in maniera ineludibile: o la
trasformazione tramite riordino (con riduzione del 30% dei
componenti gli organi centrali), o la trasformazione tramite
privatizzazione. Poi tutto si è risolto con piccoli
aggiustamenti, ma il problema rimane pendente.
Il soffocante
gravame e l’incombenza mai risolta delle disposizioni
ministeriali, rinvigorite ad ogni finanziaria, impegna la
presidenza e la direzione in un continuo tour de force. Da
considerare la notevole atipicità del CAI, quasi sempre
inglobato nell’elenco degli enti assoggettati alla norma del
momento, perché di fatto ente pubblico, ma difficilmente
adattabile per l’alto tasso di autonomia finanziaria, per le
peculiarità del volontariato, per la gracilità della sua
struttura pubblica in realtà limitata alla sola Sede Centrale, e
via di questo passo.
Il 23 ottobre 1863 Quintino Sella ha
fondato il Club Alpino; la costituzione è dovuta al brillante
esponente di una delle più prestigiose famiglie
dell’imprenditoria piemontese, che un anno prima, all’età di 35
anni, aveva già ricoperto la carica di Ministro delle Finanze
del Regno d’Italia. Impresa privata e amministrazione pubblica
quindi nel suo orizzonte, assieme al Monviso. Il gruppo di 184
accoliti che, nella storica giornata, si riunirono intorno a lui
nelle sale del Valentino contava tra le figure di primo piano 7
marchesi, 12 conti, 7 baroni, 67 cavalieri, 11 commendatori, 12
professori, 10 avvocati, un generale, un prefetto, 9 deputati e
due senatori; se l’estrazione dei soci fondatori si può definire
alto-borghese ed aristocratica, ciò che univa queste persone era
la comune passione per la frequentazione e la conoscenza
dell’ambiente montano e gli intendimenti post-risorgimentali che
miravano in senso più ampio al perfezionamento dell’individuo e
al miglioramento della collettività. Di tutto, se vogliamo,
fuorché l’idea di costituire un ente pubblico: il Club Alpino
venne costituito come un’associazione privata. Le finalità però
tendevano ad un pubblico e collettivo interesse, un misto di
filantropismo, di progresso civile e di positivistica conquista.
Si dice che solamente cent’anni più tardi, in uno scenario
sociale, istituzionale ed economico completamente diverso, per
festeggiare il suo centenario, la Repubblica Italiana promosse
il CAI al rango di Ente pubblico. Ciò è vero solo in parte: in
realtà la sua pubblicizzazione va retrodata di almeno
trent’anni, frutto un po’ acerbo e forzato del ventennio. Furono
i gerarchi del regime, subito dopo la Grande Guerra, ad intuire
per primi le potenzialità del Sodalizio e ad imporne, anche per
ovvie ragioni di controllo, la sua trasformazione trasportando
la pratica dell’alpinismo nel contesto sociale di uno Stato
italiano dirigista e totalitario.
Nel marzo del 1926 Benito
Mussolini ottenne la nomina a socio onorario; nell’ottobre dello
stesso anno venne approvata l’ultima modifica dello Statuto che
precedeva però di pochi mesi l’annessione del CAI nel CONI,
avvenuta coattivamente nel febbraio del ‘27. “Amando la montagna
si serve il Duce” ma intanto il CAI perdeva, sia pure
temporaneamente, l’impianto democratico ed elettivo che aveva
sviluppato nei decenni precedenti ed assumeva, suo malgrado, la
vocazione formativa in un alpinismo interpretato come pratica
sportiva che formava alla resistenza e all’ardimento. Del 1929 è
lo spostamento della Sede Centrale da Torino a Roma “per
assicurare prestigio, preminenza e sviluppo al Sodalizio”, del
1938 il cambio di denominazione, ma non di acronimo, in Centro
Alpinistico italiano.
Se quindi consideriamo la metà degli anni
venti del Novecento come primo spartiacque tra la configurazione
privata originaria e quella pubblica prima imposta dal regime,
poi mantenuta per scelta consapevole, si può calcolare che più
della metà, circa il 60%, del suo imminente sesquicentenario il
CAI l’ha trascorso in una collocazione di evidenza pubblica. Ciò
non vuol dire che non si possa cambiare, né che oggi si debba
cambiare. La “vera” legge di pubblicizzazione del CAI è la n.91
del 26.01.1963; esordisce all’art. 1 con la solenne
dichiarazione (tardiva di vent’anni, se vogliamo) “Il Centro
Alpinistico italiano riassume la denominazione di Club Alpino
italiano”. Al rinovellato Ente lo Stato affida importanti
competenze, parziale eredità del ventennio, che verranno
ribadite e meglio illustrate nelle successive rivisitazioni
legislative, in particolare nella legge n. 776 del 24 dicembre
1985.
Tra le disposizioni, si dice che l’Associazione provvede,
a favore sia dei propri Soci sia di altri, al tracciamento, alla
realizzazione ed alla manutenzione di sentieri, opere alpine e
attrezzature alpinistiche; alla realizzazione, alla manutenzione
ed alla gestione dei rifugi alpini e dei bivacchi d’alta quota;
alla diffusione della frequentazione della montagna e
all’organizzazione di iniziative alpinistiche, escursionistiche
e speleologiche; all’organizzazione ed alla gestione di corsi
d’addestramento per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche,
escursionistiche, speleologiche, naturalistiche volti a
promuovere una sicura frequentazione della montagna; alla
formazione di 22 diverse figure di titolati (istruttori,
accompagnatori ed operatori); all’organizzazione, tramite il
Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), di
idonee iniziative di vigilanza e prevenzione degli infortuni,
per il soccorso degli infortunati o dei pericolanti; alla
promozione di attività scientifiche e didattiche per la
conoscenza dell’ambiente montano e di ogni iniziativa idonea
alla sua protezione ed alla sua valorizzazione; alla promozione
di studi dedicati alla diffusione della conoscenza dell’ambiente
montano e delle sue genti nei suoi molteplici aspetti.
Dagli
anni ’60 è iniziato per il CAI un vigoroso trend di crescita che
lo ha portato nell’arco di mezzo secolo a quadruplicare il corpo
sociale, diventando uno dei giganti dell’associazionismo
volontaristico.
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Anni |
totale soci CAI |
|
1961 |
77.797 |
|
1966 |
106.912 |
|
1971 |
115.051 |
|
1975 |
146.519 |
|
1982 |
198.767 |
|
1988 |
273.495 |
|
1993 |
298.452 |
|
1998 |
314.270 |
|
2002 |
302.987 |
|
2009 |
314.960
(*parziale) |
Bontà della legge 91? No, o almeno non solo.
L’Italia del dopoguerra, passata la stagione dei i ladri di
biciclette, era approdata alla Vespa ed alla Fiat 500,
all’industrializzazione e al boom economico; l’ingresso dei ceti
popolari nell’esperienza turistica o nella villeggiatura di
massa, aprì anche il mondo della montagna che divenne
accessibile a tutte le fasce sociali, con le vacanze estive e le
settimane bianche. Un intrigante mix di consumo e conoscenza che
forse avrebbe fatto inorridire il buon Quintino sul piano dello
stile, un po’ meno su quello degli affari. La vacanza divenne
un’industria che investì il mondo della montagna, travolgendone
le abitudini, gli equilibri e gli stili di vita. Ma questo è un
altro problema che forse non disdegnerebbe qualche scampolo
d’attenzione.
Tornando al CAI, è innegabile che il fenomeno
produsse un forte aumento della domanda di formazione e di
conduzione per accedere al mondo alpino e/o per praticare le
diverse forme dell’alpinismo. Non cambiò solo il numero dei soci
o il contorno dello stemma: il CAI da associazione elitaria,
divenne un ente di erogazione di servizi, di attività sociali e
di percorsi di formazione tecnica. Vale la pena di riflettere
sull’immagine consolidata di un Club Alpino italiano organizzato
in sezioni, e sul rapporto che queste sezioni hanno instaurato
con la società “esterna” e col territorio in cui si trovano ad
operare, a cui rivolgono le proprie attività e le proprie
iniziative. La sostanza di una sezione del CAI passa
indubbiamente attraverso la qualità della sua offerta e
attraverso l’attivismo dei suoi organismi interni (gruppi,
scuole, titolati, responsabili, organizzatori) che influiscono
sulla capacità d’attrazione.
Così aumenta, di anno in anno, di
programma in programma, la capacità di fidelizzare i vecchi soci
e di attrarne di nuovi. Così aumentano le tessere e s’incrementa
il corpo sociale. E aumenterebbero ancor di più se il bollino
potesse offrire vantaggi ulteriori, anche modesti ma
significativi per i bilanci familiari; eppure, nonostante il
fondatore discendesse da una stirpe di imprenditori e banchieri,
il CAI ha sempre ripudiato una impostazione di marketing.
Restano comunque evidenti da un lato le relazioni tra le
funzioni d’interesse pubblico affidate dalla legge
all’Associazione, in particolare quelle formative per la
sicurezza e quelle gestionali in materia di sentieri e rifugi, e
la crescita del corpo sociale dall’altro. Grazie all’impegno dei
suoi volontari e delle proprie figure tecniche, all’affinamento
continuo delle competenze professionali che, a cascata, dalle
commissioni e dalle scuole centrali, hanno interessato le
singole sezioni, il CAI è cresciuto.
Eppure, allo stato di
“salute sociale” corrispondono croniche difficoltà interne ed
anomalie strutturali, a cominciare dal fatto che la Sede
Centrale rappresenta l’esile testa di un Ente pubblico poggiato
su un gigantesco corpo sociale organizzato in sezioni e
raggruppamenti regionali, tutti soggetti di diritto privato.
L’insoddisfazione latente, non risolta con le riforme di secondo
livello, è alimentata da palesi criticità, ben visibili in
particolare a chi opera in una qualsiasi posizione di
responsabilità: il peso della burocrazia interna, imposta in
parte dagli obblighi ministeriali, le fatiche di Sisifo, la
ricerca di un ideale equilibrio tra accuse di eccessivo
centralismo, d’inefficienza gestionale, di amministrazione
asburgica o borbonica (a seconda dei casi), la proliferazione
maniacale di regolamenti, gli scricchiolii nella tenuta della
coesione nazionale, la tendenza alla frantumazione regionalista
e al localismo, la crisi d’identità, la mancanza di
progettualità forte, d’intraprendenza e di competitività, il
ritardo endemico nelle decisioni importanti e chi più ne ha...
Sognare è lecito. Al di là dell’infatuazione sull’erba del
vicino, è anche un preciso dovere etico, per chi s’impegna in
ruoli di primo piano della gestione dell’Ente, perseguire le
soluzioni migliorative che più sembrano razionali ed opportune.
Ma l’orizzonte è un po’ nebuloso: fin troppo ovvio pensare che
nessuna delle due condizioni sia perfetta, che in entrambe le
collocazioni esistano i pro e i contro, limiti e criticità. In
realtà le idee sono un po’confuse e l’incertezza ancor oggi
regna sovrana perché il raffronto in sé, con gli attuali
strumenti, è improponibile. Esiste e ben si conosce il CAI Ente
pubblico, con le sue luci e le sue ombre, mentre il CAI privato
è solo un’idea astratta che nessuno ha pensato di materializzate
in un modello sia pur teorico ma preciso.
Non esiste in altre
parole, se non per sommi capi, un progetto di strutturazione ed
organizzazione di un Club Alpino privatizzato; nessuno si è
preso la briga di abbozzarlo e certamente, vista la complessità
crescente del CAI, la nuova costruzione richiede un grande
architetto. Questo comunque è un lavoro che va fatto, altrimenti
si continuerà a perdere tempo in oziosi astrattismi: la scelta
si deve fare tra due, o più, modelli di riferimento, non tra un
sistema concreto ed un'evanescente ipotesi. E di modelli di CAI
privato ne esisteranno senz’altro più di uno. Certo resta il
fatto che la privatizzazione comporterebbe la rimozione dello
status giuridico di ente pubblico; già questo non è un passaggio
semplice: va concordato col ministro vigilante, con i
parlamentari del GAM. Una legge si modifica con un’altra legge,
quindi la strada dev’essere preparata con pazienza. Va però
soprattutto considerata la delicata questione delle funzioni
fino ad oggi assegnate dallo Stato al CAI, che si possono
considerare pubbliche e sulle quali si è fondata la crescita
d’immagine e di adesioni degli ultimi decenni.
Nel concordare
con lo Stato l’eventuale privatizzazione del CAI andrebbe
considerato anche il futuro dei sentieri e dei rifugi, oggi però
di competenza delle Regioni, e soprattutto il futuro delle
migliaia di titolati delle diverse discipline che oggi operano
nelle sezioni. Questioni complesse, infinite trattative e
interminabili mediazioni, nuove, enormi fatiche, forse superiori
a quelle di Sisifo. In cambio di quali benefici? Se poi
allarghiamo le valutazioni al Soccorso Alpino il quadro si fa
ancor più complesso.
Il dibattito ha iniziato a riscaldare gli
animi e ad occupare spazi sempre più significativi, anche
sull’informazione sociale. Come sui casi irrisolti, l’opinione
pubblica finisce per spaccarsi nelle due fazioni degli
innocentisti e dei colpevolisti, così la radicalizzazione del
dibattito comporta dei rischi di partigianeria precostituita,
poco incline all’analisi e al ragionamento.
Può diventare
pregiudiziale, per il futuro del Sodalizio, sognare la
trasformazione per pura infatuazione di un’ipotesi, per la
difficoltà di riformare in maniera incisiva l’attuale struttura,
per l'impasse segnata delle riforme di primo e secondo livello,
per il desiderio di fuga dai malanni del CAI-sistema in una
dimensione immaginata migliore e taumaturgica guaritrice di
tutte le aberrazioni.
Allo stesso modo può risultare pericoloso,
per il futuro dell’Associazione, l’atteggiamento di chi ostacola
la trasformazione per paura del nuovo, di chi abbandona la
ricerca di diverse soluzioni organizzative ed operative, di chi
rifiuta un'alternativa valorizzazione delle risorse del
volontariato fatta di nuovi posizionamenti e strutturazioni
ripensate.
Entrambe le posizioni sono deleterie e devono essere
superate, iniziando un percorso di confronto e di riflessione
aperto e coraggioso. La momentanea soluzione di ripiego che ha
attenuato l’incisività del decreto “taglia-enti” non deve essere
ritenuta in nessun caso un punto di arrivo. Si prepara per chi
reggerà il futuro del Club Alpino una stagione di grandi impegni
con importanti implicazioni sulla mission futura e sulle
strategie migliori per perseguirla. |
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