Il Notiziario

Montagna-bici….. matrimonio impossibile?

di Dante Silvestrin

    Erano già tre ore che spingeva sui pedali lungo una salita che pareva interminabile, con alterne pendenze, col fondo della strada a volte talmente sconnesso da rendere problematico l’equilibrio, ma ora, finalmente, la meta si approssimava. Già da qualche minuto ne “sentiva” la vicinanza, più che vederla, la percepiva, ne aveva una sensazione così forte da essere certezza, rafforzata anche dal progressivo ampliarsi del panorama intorno. Davanti a se, al di là della forcella, già altre montagne,come il lento sollevarsi di un sipario, stavano emergendo a disegnare il nuovo orizzonte.

     Ora, raggiunta la meta, poteva finalmente dedicarsi con rilassatezza alla osservazione più attenta di quel panorama che sino a poco fa gli era negato dalla tensione dovuta allo sforzo ed alle asperità del terreno. E certo non mancavano i motivi di contemplazione, in quella tersa giornata d’autunno nella quale la più variopinta tavolozza, tipica di quella stagione, mostrava tutta una magnificenza di colori  nelle più diverse tonalità e sfumature. Nel compiacersi di tutto ciò, si pregustava la imminente discesa, un lungo volo giù per l’opposto versante, lungo il morbido tappeto erboso che ricopriva la mulattiera. Una discesa che gli avrebbe dato ebbrezza o, addirittura, esaltazione, ma che, per aggiungere piacere al piacere, avrebbe condotto con moderatezza ed attenzione, cosa che gli avrebbe permesso di ottenere due risultati ai quali era particolarmente sensibile: non rovinare il terreno lasciando poco piacevoli segni del suo passaggio e continuare la contemplazione dei nuovi ambienti che sarebbe andato ad attraversare.

     Non sazio ma soddisfatto, risalì in sella ed iniziò a scendere. Lentamente, con dolcezza, maniera che usava sempre per prendere confidenza con la nuova situazione. Nei lunghi rettilinei lasciava andare volentieri il suo mezzo richiamandolo in tempo all’approssimarsi di ogni curva, accarezzando le leve dei freni, riducendo la velocità senza mai arrivare al blocco delle ruote.  E si voltava, ogni tanto, a controllare se dietro di se fossero rimaste tracce, compiacendosi nel vedere il suolo intatto come se nessuno lo avesse appena calcato, come se le sue ruote avessero solo sfiorato, accarezzandolo, il terreno. Ed ogni volta che, con piacere constatava questo, immancabilmente le stesse domande affioravano nella sua mente:
 “ma perché c’è gente che vorrebbe proibire la bici in montagna?”

“se praticata con intelligenza, rispetto ed amore per la natura, come può questo mezzo essere dannoso?”
“chi provoca danni non è certo il mezzo, bici, sci,  scarpone, chiodo che sia, ma chi li usa nel modo sbagliato”
“ma anche mettendo delle limitazioni nella fruizione dell’ambiente con questo mezzo, non ci sarà sempre una minoranza pronta a trasgredire rendendo cosi il problema  irrisolto?”
“ma allora, anziché limitare o proibire, non potrebbe essere più produttivo EDUCARE?”.

     Per lui, da sempre, l’ambiente, la natura, la montagna, erano elementi nei quali ogni persona poteva trovare una propria libertà, trovare il modo per esprimere la propria personalità, raggiungere alcune aspirazioni e perché no? esprimere il proprio senso artistico.

Ma allora:

“ perché qualcuno (che magari non aveva mai montato una bici) si sentiva in diritto di dettare regole o peggio, divieti, che riguardano la sfera emozionale del prossimo?”.

     Lui non era di quelli che usano dire “quando io ero giovane….”  Però in questo caso non poteva non ritornare con la memoria a quando, giovane appunto, regolarmente iscritto al Club Alpino Italiano frequentava i sentieri montani  lungo i quali non mancavano  rifiuti, cartacce, lattine e quant’altro la diseducazione di allora produceva e lui stesso, talvolta, abbandonava qualche sacchetto di plastica. Ma successivamente, dopo anni di campagna educativa del CAI e di altri Enti, i sentieri cominciavano ad essere più puliti, ed oggi constatava con piacere che raramente gli capitava di trovare sporcizia lungo quegli stessi sentieri che dopo tanti anni continuava a percorrere.

     Nel frattempo, davanti alle sue ruote si era presentato un tratto di mulattiera particolarmente ripido e sconnesso, avrebbe anche potuto percorrerlo in sella ma sicuramente, data la ripidità, le ruote non avrebbero mancato di derapare lasciando sul terreno segni indesiderati. Come sempre faceva in questi casi, scese di sella, caricò la bici in spalla e divallò saltellando, traendo nuovo piacere da questo diversivo, sino a ritrovare terreno adatto per riassumere la posizione di portato anziché di portatore.

Già, il CAI, tanto solerte ed efficace in altre occasioni, nel caso  specifico della bici da montagna (al secolo Mountain-bike) solo dopo tanti anni di disinteresse cominciava oggi a prendere in considerazione questa specialità. Si era pur fatto carico dello sci-alpinismo, si era pur fatto carico della speleologia,  del sassismo, dell’arrampicata e perfino di palestre artificiali di arrampicata, di tutte quelle specialità cioè, che si svolgono nell’ambiente alpino o che ad esso fanno riferimento. Ma della bici sembrava quasi averne un rifiuto, mentre nel frattempo fiorivano i Club di Mountain-bike che poco sapevano di cultura alpina pur se in quell’ambiente avrebbero svolto la propria attività.

     Ed era per lui, alpinista prima che ciclista, abbastanza triste constatare leggendo le Riviste ufficiali, che le posizioni, che in seno al CAI si andavano assumendo,  erano ancora di rifiuto con spiccata propensione ad imporre  regole, quando non addirittura divieti. E si rammaricava non poco del fatto che le menti di questa peraltro emerita Associazione, non riuscissero a capire quale essenziale ruolo avrebbe invece potuto assumere il Club verso questi nuovi frequentatori della montagna, un ruolo di coinvolgimento, di educazione, di crescita nella conoscenza dell’ambiente e della natura alpina ottenendo, come in altri casi, degli alleati e non dei nemici da emarginare.

     Aveva sempre sentito dire, ed anche lui ne era fermamente convinto, che si ottiene molto di più educando anziché proibendo, poiché la persona educata diventa essa stessa educatore instaurando cosi una evoluzione positiva difficilmente, se non impossibile, da raggiungere in altre maniere.

 Questa singolare situazione produceva in lui la spiacevole sensazione di sentirsi un abusivo, quasi un usurpatore, pur in un ambiente che tanto amava e col quale si sentiva in perfetta armonia.  Ecco, pur nel suo intimo godendo di una totale comunione con quanto lo circondava, quando era in bici non poteva non sentire un certo disagio, sensazione che richiedeva un certo sforzo per essere accantonata lasciando così piena libertà al più alto godimento di ciò che lo circondava, del suo mezzo e di se stesso.

     Ma come, durante le sue frequentazioni e nelle letture fatte aveva sempre inteso che questa Associazione era preposta alla promozione e divulgazione della frequentazione alpina, alla educazione e preparazione delle persone che la frequentano, ed ora, di fronte a questa oramai non più novità, prendeva una posizione totalmente opposta che invece di favorire limitava; invece di promuovere rifiutava; invece di educare proibiva; questo gli sembrava il tipico comportamento di coloro che tendono a giudicare prima ancora di approfondire e conoscere.

     Raggiunto il limite inferiore del pascolo, la mulattiera si immetteva in un fitto bosco di conifere, rallentò per lasciare che la vista si abituasse alla nuova situazione di luce, fu allora che sentì delle voci salire dal basso, il suo istinto lo portò a guadagnare il lato della mulattiera dove si fermò per lasciare il passaggio a quelli che stavano salendo a piedi. Questo comportamento, che oramai era diventato una spontanea abitudine, lo metteva in atto anche nella piacevole eventualità dell’incontro con qualche animale, fermarsi per osservarne il comportamento, senza spaventarlo ed aspettare che fosse questo a muoversi per primo, era uno degli accadimenti che davano ancora maggior piacere alla sua giornata.

     Ma non voleva concludere una  bella gita come quella che aveva condotto quel giorno, con pensieri così spiacevoli se non addirittura deprimenti. In questo gli venne in soccorso il gradevole ricordo che nella stagione estiva appena trascorsa, la sezione del Club Alpino Italiano della sua cittadina, alla quale apparteneva, grazie ad una intelligente decisione dei suoi dirigenti, non priva di lungimirante realismo, aveva messo in programma (cosa rara tra le sezioni del CAI tutte) ben due gite in mountain-bike con accompagnatore. Ecco finalmente un segnale positivo, una presa di coscienza realistica, una maniera avveduta, non certo per risolvere, ma sicuramente per affrontare il problema nella maniera che a lui sembrava la più corretta ed opportuna. Appartenere ad una sezione CAI così aperta, attenta e disponibile verso esperienze nove era per lui motivo di orgoglio.

     Con questa ultima positiva riflessione che contribuì non poco a rasserenare il suo animo giunse, quasi senza accorgersene, alla fine della percorso mentre la sua mente già stava vagando verso nuovi luoghi da conoscere.